Recensioni

Tornano i due fratelli, a ben cinque anni dall’ultimo (e non entusiasmante Caracal. L’operazione pensata con questo ENERGY è chiara ed evidente, ed esplicitata sin dal titolo- manifesto: alzare i bpm e tornare a far sculettare di gusto l’ascoltatore, abbandonando le incolori languidezze soul e r&b del predecessore. Al tempo stesso i due provano ad allargare la tavolozza delle influenze, calcando la mano sulle influenze caraibiche: buttano nel pentolone un po’ di spezie africaneggianti su base dance sberluccicante di strobo (Douha (Mali Mali)) e qualche suono da mercatone etnico (la titletrack). C’è poi l’occhiolino strizzato al mercato americano, con un po’ di hip hop e di r&b vecchio stile: vedi il boom bap automatico di Fractal o i fantasmini soul di Thinking ‘Bout You, o ancora il soul soffuso di Birthday con Kehlani e Syd; per non parlare della conclusiva Reverie con uno spaesato e fiacco Common che snocciola ovvietà spicciole come «when freedom calls, we gotta listen». Mah.
Nulla di davvero brutto ma neanche niente per cui strapparsi i capelli dall’entusiasmo insomma, e queste nuove trovate paiono più la risposta a esigenze di marketing che scelte stilistiche dettate da un’urgenza espressiva reale. Quel che questo disco conferma è che i Disclosure diano il proprio meglio quando si limitano a fare il loro, facendo ballare e restando nella loro spiccata inglesità. Perché gli episodi migliori rimangono il panzer di bassi cicciotti e ritmiche garage My High, oppure la house spigolosa di Lavender che si porta dietro qualche retaggio à la Neptunes. Numeri di puro mestiere, senza guizzi né baratri, come Ce n’est pas certificano invece come troppo spesso i due si adagino in quell’aurea mediocritas che dall’esordio in poi non li ha mai abbandonati del tutto. E una scaletta sbilanciata come questa, che gioca subito tutte le cartucce migliori per poi sgonfiarsi nella seconda parte, non aiuta. Quindi meglio rispetto all’altra volta, ma si può sempre fare di più.
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