Recensioni

Non deve essere facile convivere con Pete Doherty. Uno
che non sai mai dove stia con la testa, che un giorno tira fuori un
disco come Up The Bracket e il giorno dopo
ritrovi collassato o intrattabile, vittima dei consueti e ormai
straconosciuti problemi di droga. Uno che con i suoi Libertines ha fatto intravedere per un attimo il futuro (roseo) del rock’n’roll
per poi venir travolto dal rock’n’roll stesso e dai suoi eccessi.
Chi, come Carl Barât, quei Libertines li ha visti crescere e
conquistare platee europee importanti, deve aver provato una sofferenza
immane vedendo tutto il lavoro degli anni passati pregiudicato dalle
dipendenze pericolose, come insopportabili devono essergli sembrati i
continui ritardi nella pubblicazione dei dischi e le attese sfiancanti
nella speranza di recuperare l’armonia perduta.
La soluzione poteva passare soltanto attraverso un progetto collaterale
che consentisse al Nostro di pubblicare il materiale composto nei
momenti di stasi obbligata. Così è stato, anche se il risultato non
differisce di molto dall’estetica del gruppo madre, anzi ne riprende in
toto i caratteri forrmali, quasi a volersi auto-eleggere a possibile
via di fuga nel caso di un eventuale naufragio dei Libertines.
Sia come sia, caratterizzati dal consueto punk-rock ultra inglese immediato, angolare e scanzonato, i brani di Waterloo To Anywhere convincono quanto quelli della premiata ditta. I difetti? Sempre i
soliti: la mancata cura di alcune linee melodiche e, in generale, una
smaccata faciloneria estetica. Ma ascoltatevi Dead Wood, Gin And Milk e Bang Bang You Are Dead, è pura catarsi di batteria e chitarra per jeans sdruciti e Converse. “Gimme Something To Die For!”
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