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Almeno un metro e novanta d'altezza, doppio petto nero, capelli impomatati, tra le braccia una Fender Stratocaster bianca: si presenta così Alex Zhang Hungtai aka Dirty Beaches sul palcoscenico del Bronson. Per replicare davanti a un centinaio di persone quell'immaginario da B movie lynchiano che ha fatto la sua fortuna, in un misto di Fifties à la Roy Orbison, carica indisciplinata vagamente Iggy Pop e approccio drogato Suicide. Direttive stilistiche che si mescolano a una No New York (altezza Contortions) sbucata fuori all'improvviso dal sax in sbornia free in appoggio, a comporre un duo improbabile capace di scovare il funk-jazz nascosto nella formula monocorde ed essenziale del progetto.

Del resto stiamo parlando di una musica che dell'imbastardimento ha fatto una ragion d'essere. Sunto di immaginari filtrati da un emigrante taiwanese sbarcato in Canada, cresciuto alle Hawaii e ritornato a Montreal. Una formula maturata tra forzate ristrettezze economiche – da qui l'essenzialità – e una centrifuga di stili riciclata dagli occhi di uno straniero affascinato dalla musica americana delle origini. Un po' come accade a quei cloni di Elvis Presley da karaoke che crescono come funghi nell'Est asiatico. Una recita vicina alla parodia – ne sa qualcosa il bravo sassofonista in stile Lou Marini che lo accompagna – ma talmente convinta ed esistenzialista nel suo essere l'unica forma di espressione possibile, da sfuggire all'irrisione a cui parrebbe naturalmente destinata. Anche perché a irretire c'è un'ortodossia fatta di drum machines marmoree e immutabili, riff lancinanti, richiami a un mondo analogico e sfocato.

Nella musica di Dirty Beaches si coglie una tensione costante e irrisolta, soprattutto dal vivo: un blues atipico, claustrofobico e in crescendo che, pur non inventando fondamentalmente nulla, brilla di luce propria. Qualcosa che va oltre l'hype generato nell'indie-universo da quel Badlands uscito quest'anno, qualcosa che ha a che fare con l'anima e la storia di chi suona. Spiattellata sul palco in maniera grezza e diretta, manco fosse una pellicola neorealista o magari un'autobiografia non autorizzata. Peccato per chi non c'era.

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