Recensioni

Il problema non sono le canzoni, il problema è il contenitore in cui iniziamo a conoscerle. Il problema stavolta si chiama Festival. Un luogo, uno spazio, un tempo in cui, a chi si occupa di musica, salta immediatamente all’occhio quel nome (o quei nomi in rari casi) proveniente da un mondo altro rispetto a quel suono (distruttivo) à la Sanremo degli ultimi – almeno – trent’anni.
Ecco che la partecipazione di un ragazzo tarantino conosciuto non troppo al pubblico generalista ma ben noto agli ambienti cosiddetti underground della scena romana, accende una speranza. Tanto più quando la canzone scelta per la kermesse risulta lì la più bella, la più pensata, la più giusta: non tanto per tentare di fare l’upgrade a quello stesso pubblico generalista ma forse proprio per vincere quel Sanremo. Canzone che poi, per una serie di inaspettati eventi, conquista la palma dorata.
E in quei giorni sospesi in cui non si parla altro che di Sanremo, quel brano sembra conquistare un po’ tutti: poi il festival finisce, fiori e gossip scomposti scompaiono e quella canzone e le restanti dieci del nuovo album di Diodato si mescolano agli ascolti quotidiani, alle nuove scoperte, rientrano cioè nel classico circolo di ascolti da addetti ai lavori e tutto cambia. La percezione che Diodato sia un ottimo cantante no, non passa. Ha una voce splendida, capace di bassi, falsetti e limpide schiarite altissime. Mi piace tantissimo la voce di Antonio Diodato, mi piace il suo sorriso sincero, mi sembra sia realmente umile, curioso, divertito.
Cambia totalmente la percezione delle sue canzoni: ecco perché dispiace che il suo nuovo disco non sia una sfida, un salto curioso e coraggioso; le soluzioni armoniche della maggior parte dei brani lasciano spazio a una certa stanca scuola pop. Fino a farci scomparire ad esempio unisce sin troppe banalità e la ricerca testuale e sonora di Diodato si trasforma sempre più in un potrei ma non voglio. Peccato quindi che oggi proprio lui decida, al di là del pezzo sanremese, di gettare l’amo al grande pubblico con un disco estremamente leggero, a tratti banale, lontano dalle liriche rabbiose degli esordi. Quella che infatti era la componente melodica degli inizi non aveva niente di così lineare e rassicurante ma viveva di scontri e anfratti, così poco concilianti. I giri armonici scelti per Che vita meravigliosa rasentano l’easy pop gioioso e lucente di molti gruppi italiani che forse mai vorremmo definire cantautoriali.
Con la presenza in cabina di regia di un maestro del suono come Tommaso Colliva, dall’esterno Che vita meravigliosa non può che far pensare a un lavoro di ottima fattura; accanto alla produzione stellata troviamo peraltro musicisti validissimi a rincarare la dose di premesse brillanti: potevano mancare all’appello Fabio Rondanini, re Mida della batteria, Rodrigo D’Erasmo (che ha anche accompagnato Diodato a Sanremo in veste di direttore d’orchestra), Adriano Viterbini o Roberto Dragonetti? Malgrado questo impianto strumentale, produttivo e artistico perfetto sulla carta, il disco stenta a respirare: restano il bel giro armonico di Fai rumore (che per onestà intellettuale va detto appare come un incontro fra Creep e No Surprises), l’uso elegantissimo dell’optigan sul melò orchestrale di Quello che mi manca di te con una coda tra i Beirut e Fix You e i colori latini della titletrack, validissima ballad che poggia su un sapiente uso di fiati e percussioni. Resta la sincerità di una voce che vive un soave equilibrio, un cantato che potrebbe raccontare tutto senza instillare dubbio alcuno. Ma.
Ma in mezzo a troppi up tempo leggeri e malinconie easypop, attimi soft rock e arrangiamenti seventies schiacciati sui margini, le ballate del disco paiono sempre esprimere una realtà compositiva a metà, trainata sì da una sensibilità maschile espressa senza timori ma anche bloccata sul piano testuale da una retromarcia che, a distanza di tre anni da Cosa siamo diventati, non ci aspettavamo.
Oggi Diodato dovrebbe (e potrebbe) smettere di essere rassicurante e iniziare finalmente a concedersi di deragliare, di non piacere, di non far sorridere, di non ricercare armonie edificanti da happy ending. La vita, oltre a essere meravigliosa, spesso distrugge, lacera, rovina: farne conoscere il suono potrebbe rappresentare la vera sfida per questo ragazzo dal sorriso sincero. Perché anche quando lo fa, si veda La lascio a voi questa domenica dagli intenti dalliani, l’osservazione di una tragedia assume una sfumatura da tormentone che poco sposa le livide vene della denuncia sociale.
Non so se sia corretto chiedere a un cantautore di essere come vorremmo noi, di cambiare prospettiva, di adottare un nuovo vocabolario ma quello che vorrei dire a Diodato, se lo incontrassi domani, è che va bene anche non essere rassicuranti, è bello anche il brutto, l’angusto, il buio, lo spigoloso della vita. Credo peraltro lo sappia bene. E che con la sua voce e l’intelligenza dimostrata spesso in questi anni potrebbe fotografare molto altro. A Sanremo, come nella vita, come nel calcio, non avrebbe senso voler essere tutti centrocampisti, attaccanti o difensori.
A volte, anche libero va bene.
Amazon
