Recensioni

Franco Piana (classe 1957, arrangiatore di lunghissimo corso) scrive gli spartiti di un disco che è anche una grande dimostrazione di sensibilità jazzistica. Un lavoro orchestrale con un cast di primo piano che comprende la tromba di Fabrizio Bosso, il sax tenore di Max Ionata e l’elegante pianoforte di Enrico Pieranunzi. Oltre a loro ci sono il padre di Franco, Dino Piana (valve trombone), Ferruccio Corsi (sax alto), Lorenzo Corsi (flauto), Giuseppe Bassi (contrabbasso) e Roberto Gatto (batteria), per una musica avvitata sui fiati ma anche piacevolmente misurata tra lavoro di insieme e apporto dei solisti.
Trattasi di equilibri gestiti con sapienza, in nove brani baciati da una melodia swingante che in alcuni passaggi ricorda un mood sospeso in stile Gil Evans. Tra rimpalli funk (Ostinato) e scambi di timbri degli ottoni su suture spaziose di batterie spazzolate (Just A Reflection), svirgolate chetbakeriane allegate a pianoforti ammiccanti (A Light in the Dark) e sincopati che non sarebbero dispiaciuti a Lee Morgan (Five Generations), si avanza spediti lungo un binario che somma sguardo verso la tradizione, eleganza e illustre cursus honorum degli ottimi musicisti chiamati a collaborare. Il risultato è talmente gradevole, ben organizzato e al tempo stesso sorprendente (ascoltatevi il flauto crepuscolare e a suo modo quasi alieno, rispetto al tono generale del disco, dell’ottima After The Winter – un Van Morrison dei tempi d’oro l’avrebbe preso volentieri in prestito) da non aver bisogno di nessun effetto speciale particolare. Una delle cose migliori ascoltate quest’anno in ambito jazz.
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