Recensioni

7.2

Se un gruppo si chiama come il titolo di un classico del pop passionale degli anni ’60 ma scritto come si pronuncia, non è strano trovare nei suoi dischi una poetica fatta di vintage e ironia. Ma non manca neanche la passione: la band guidata da Paola “Dilaila” Colombo, infatti, non somiglia a Tom Jones, ma nei suoi testi usa le armi del postmoderno (la suddetta ironia, le citazioni, la mescolanza di registri e livelli culturali diversi) per parlare di ansie, problemi e appunto passioni, sia quelle dell’oggi che quelle di sempre: un verso come “La nostra verità, scritta sul Fluimucil“, ampiamente citato nelle recensioni, rende bene l’idea che in questo disco il gioco è serissimo (e l’ironia nemmeno c’è sempre).

È una conferma di quanto mostrato nei 16 anni di carriera e tre album precedenti, rispetto ai quali questo nuovo Tutorial abbandona qualche lungaggine di Musica per robot (2005) e un po’ della varietà del precedente Ellepi (2010), per compattare lo stile intorno a un vintage rock che a tratti può ricordare, anche per le sdrucciole cantate con l’accento sull’ultima, una versione (apparentemente) sbarazzina dei Baustelle, come in una Non ci prenderanno mai che, a conferma che il pop è sempre più un frullatore, mescola alla melodia bastreghiana un po’ di doo-wop, il Fluimucil di cui prima e un ritornello che riecheggia sia il Marco Parente di Lamiarivoluzione che i 99 posse de L’anguilla.

Rispetto ai toscani, però, l’approccio vintage è di diverso colore; le chitarre non vengono usate a muro (i fratelli Cicolin preferiscono infatti arpeggi come quelli Thalia Zedek di Se io fossi la notte); e poi manca quella vena vagamente lugubre che Bianconi si porta nella voce (e che riusciva un po’ ad evitare soltanto ai tempi del Sussidiario). Soprattutto, questo e i tanti altri paragoni possibili non rendono l’idea di uno stile peculiare e padroneggiato con sicurezza, che più che somigliare, evoca (certi Smiths passatisti nel fraseggio che apre il disco nell’ariosa Storia di una scema che diventò farfalla, un’aria generale vagamente PravoNada – quest’ultima viene in mente nel beat di L’amore in fuga – o qualche chitarra in stile Gilmour…), o al limite cita direttamente (i battistiani “cieli immensi” ben in evidenza nel ritornello di Fiori urlanti, altro beat dal gusto “Malanima”).

Questo approccio verbale spregiudicato evita che il gruppo ingrossi il filone dei “contemplatori del proprio ombelico” (e la conclusiva Il gran sole di Hiroshima , pur senza denuncia & impegno, lo conferma) e la compattezza non significa che manchi la varietà (vedi i cambi di tempo di una I mostri sotto al letto che, nonostante qualche classicità di troppo, azzarda una struttura che di solito nei pezzi scelti per i video si evita).

La maturità c’era già nel precedente disco, qui si conferma con un passo in avanti: sarà finalmente ora di scoprirli davvero?

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