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7.7

Negli ultimi tempi ci siamo trovati più volte a parlare di come, recentemente, la musica elettronica abbia riscoperto le meraviglie dei groove etnici, dall’Africa al Sud America e così via: riflettevamo solo poche settimane fa su come questa tendenza abbia anche un valore politico in un mondo dove nazionalismi, muri e sbarre sembrano trionfare. A conferma di questa tesi arriva ora Digital Kabar, splendida raccolta che la francese InFiné dedica alle frequenze elettroniche provenienti dall’Isola della Reunion, tutt’ora possedimento d’oltremare della democratica Francia: il Kabar è infatti un tipo di festa particolarmente diffuso nel sud-est dell’Oceano Indiano, in cui s’incontrano memorie profane, istanze indipendentiste e tradizioni ancestrali. La musica principe delle celebrazioni Kabar è il cosiddetto maloya, uno stile che, rispetto all’altro genere isolano (il più convenzionale sega), vanta uno stretto legame con le radici africane della Reunion ed è sempre stato poco gradito alle autorità europee e coloniali, tanto che dagli anni settanta è stato ripetutamente vietato.

Grazie all’interesse del producer locale Labelle (nato in Francia e tornato solamente da adulto nei luoghi della sua famiglia paterna) l’etichetta transalpina ha puntato i propri riflettori sulla scena autoctona della Reunion, raccogliendo in questa pregevolissima compilation ben diciotto tracce (molte inedite) che spaziano in un lasso temporale di quasi trent’anni, ovvero dall’arrivo a inizio anni novanta dei ravers europei, stanchi di muoversi in situazioni sempre al limite della legge e alla ricerca di nuovi spazi per i propri soundsystem, che con la loro attitudine e una tecnologia all’avanguardia cambiarono radicalmente anche l’approccio dei musicisti locali (come dimostra per esempio la lunga Ré-Union di L’Abuse, oltre tredici minuti di minimalismo techno-dub solo vagamente etnico).

Apre la scaletta uno straordinario remix realizzato dal pioniere e sperimentatore Jako Maron per un brano del cantante Patrick Manent, ma il producer (già affiliato con la lungimirante Nyege Nyege Tapes) torna anche con altri due pezzi, uno in proprio (dall’ottimo album dello scorso anno proprio sulla label ugandese) e l’altro, più hip-hop oriented, insieme ai compagni del gruppo Force Indigène; anche il misterioso Loya, moniker dietro cui si nasconde il parigino Sébastien Lejeune alla scoperta sonica delle proprie radici tra le isole dell’Oceano Indiano (l’arcipelago delle Mascarene), ritorna un paio di volte in scaletta, con un remix massiccio e percussivo della cantautrice Maya Kalaty e un autografo meno inquieto ma sempre trascinante (la suadente Malbar Dance): nonostante il maloya sia un ritmo ternario che può inizialmente apparire inadatto alla fusione con le contemporanee tendenze dance, gli oltre novanta minuti di questa selezione ci mostrano sorprendenti ibridi, tra incursioni modulari e collaborazioni inaspettate (in Butcha troviamo Cubenx in vesti assai differenti rispetto a quelle per cui lo avevamo tanto apprezzato qualche anno fa), tra morbidi esperimenti lounge, ballabilissime invettive politiche (Gardien Volcan), ispide vette acid (pazzesca in questo senso 303 Militan di Psychogrid) e persino incursioni nella bass-music inglese (Angel Choirs fosse uscita nel 2010 avrebbe fatto rizzare più di un’antenna negli uffici Hyperdub).

Per tutta la sua durata Digital Kabar ci narra tramite ritmi irresistibili e melodie avvolgenti di un pianeta dove gli scambi culturali portano arricchimenti e nuove possibilità inedite: per chi scrive, una delle uscite migliori dell’anno.

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