Recensioni

Sette anni dopo, Soap&Skin torna a Ferrara sotto le Stelle, unica data italiana estiva in una caldissima serata di giugno. Nel 2012 il concerto – una sofferta seduta di autoanalisi, un sabba ipnotico e totalizzante – si era svolto fra gli alberi secolari del Parco Massari, per motivi di sicurezza post-terremoto, anziché come previsto in origine nel Cortile del Castello Estense. Stavolta la location è quella “giusta”, mentre le scosse sono soltanto emotive.

Preceduta dal set acustico di Any Other e introdotta da una selezione di musica ad hoc, Anja Franziska Plaschg sale sul palco in look total white, a parte gli stivali neri borchiati: dietro al candore di un’artista timida e riconoscente verso il proprio (numeroso) pubblico, dietro a una pace fino a pochi anni fa inimmaginabile, raggiunta per sopravvivere all’autodistruzione, c’è sempre un abisso dark sul quale continuare, inesorabilmente, ad affacciarsi. Questione di inquietudine innata. Cambia, però, il mood: Anja sorride, è in controllo. Non c’è traccia dell’“incubo”, da sua stessa definizione, che la possedeva durante la precedente esibizione ferrarese, quando si ritrovava sola al pianoforte, al massimo accanto a un computer e alla sorella ai cori. Infatti, cambia anche l’accompagnamento: una band di sette elementi, ombre indispensabili alle spalle della luce principale, si distribuisce tra fiati, archi, elettronica, batteria e percussioni, sostenendo al meglio l’epico intimismo e le rifrazioni del nuovo repertorio.

La scaletta è identica a quella eseguita a Milano l’8 aprile. La partenza con This Day, cantata in piedi al pari di una preghiera, è un gentile colpo a quella che chiamano anima, alla quale seguono molte altre ballate dell’album From Gas To Solid / you are my friend, risalente al 2018: Athom, Creep, Safe With Me, Italy ed Heal. Tutte eseguite rimanendo seduta ai tasti del proprio strumento, a eccezione delle svisate di chitarra elettrica impartite sulla coda di Foot Chamber. Dimostrazione della robustezza di un materiale più luminoso rispetto alle cupezze nero pece del passato, con l’apice raggiunto grazie a Surrounded, sulle cui note Anja dispiega notevoli capacità vocali e si colpisce il petto scandendo la catarsi esplosiva della ritmica.

Dall’EP Narrow vengono ripescati il simil-gospel di Wonder, la rilettura di Voyage, voyage della francese Desireless e Vater, in lingua tedesca; dal 7″ Sugarbread spunta il recupero della tenebrosa Pray. Dall’esordio-capolavoro del 2009, Lovetune For Vacuum, l’unico estratto è invece Cynthia, con la sua progressione classica da brividi, nel senso di una certa prossimità al mistero spaventoso del sentire umano. Il tempo si ferma, non si sa bene in che dimensione ci si trovi: forse è per questo che la songwriter austriaca regala persino l’esecuzione di Goodbye, frutto della collaborazione con Apparat e riportata al successo grazie alla sigla del telefilm tedesco Dark (la seconda stagione, in verità un po’ deludente, è uscita la scorsa settimana). Un’esecuzione magica, della magia che rompe ogni coordinata di riferimento.

Il gran finale è affidato a un tris di cover che esaltano straordinarie abilità sia interpretative sia performative: Me And The Devil di Robert Johnson, Mawal Jamar di Omar Souleyman – fedeli alle versioni già incise in studio – e Gods And Monsters di Lana Del Rey (da Born To Die), trasformata in un minimal synth-R&B da FKA twigs teutonica con parole aderenti al testo ma leggermente asciugate e riassemblate in loop. Per i bis arrivano due ulteriori riletture, a conferma della bravura nel fare propri pezzi d’arte altrui. Arriva cioè il velluto blu di Pale Blue Eyes – restando in zona The Velvet Underground, a riecheggiare alla lontana il tributo a Nico svoltosi su invito di John Cale sempre a Ferrara, nel 2010 – e What A Wonderful World di Luis Armstrong, ideale conclusione di From Gas To Solid / you are my friend, intonata con un carillon, a sigillare l’unione empatica con gli spettatori. Soap&Skin si muove, a scatti o suadente o confessionale, dentro al blues, alla musica araba, al pop col cuore più marcio del pianeta Terra, agli standard del rock e del jazz. La sua è una piccola cattedrale di suoni gotico-rinascimentali, per un rito antico eppure futuristico. Si può essere adepti al culto, oppure farsi del male ignorando uno dei più grandi talenti dell’ultimo decennio. Per un’ora e mezzo di show, per citare proprio una Gods And Monsters che non ti aspetti, lei è stata «An angel living in the garden of evil».

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