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A quanto pare Federico Fiumani sta accelerando i tempi: è del 17 febbraio di quest’anno (pagina Facebook del cantante) l’annuncio che sarebbe entrato in studio da lì a poco per registrare il nuovo album dei Diaframma, mentre quando passò da Pisa a settembre scorso con la nuova versione del suo tour Confidenziale ancora non c’era l’idea di farne un disco, che invece è poi uscito lo scorso gennaio. Una rapidità che nel caso di questo nuovo album è favorita anche dalla sua stringatezza: otto canzoni, come gli LP di un tempo (e come Siberia…), nel consueto stile rock cantautorale diretto ed essenziale che favorisce la velocità di produzione.

Nel presentare l’album l’autore ha detto che le canzoni sono fondamentalmente divise in tre: quelle sulla famiglia e i rapporti familiari ispirate dalla recente scomparsa di sua madre, due vecchi brani completati da poco e due riflessioni sul sesso, tema spesso presente nella sua poetica. Poi in realtà i temi si mescolano e nelle riflessioni su amore e rapporti umani rimane come filo rosso, ricorrente in quasi tutti i testi, la rivendicazione di alterità, al limite anche di una marginalità rispetto al mondo: volendo è il Fiumani consueto, ma stavolta sembra cantare con più rabbia, specie nei ritornelli, accentuato dalla chitarra di Edoardo Daidone più prominente grazie a un uso delle distorsioni più marcato del solito.

Tutto chiaro fin dall’iniziale Coperte tumorali, rock pesante (a proposito: lo volevamo? La premiata ditta Diaframma garantisce tutto il rock “che non si suona più” che vogliamo, e senza troppi passatismi crossover-primi ’90) e fiero con un titolo che farebbe pensare a un racconto della malattia sviluppato a partire da un dettaglio spietatamente realistico e che invece è una metafora dei rapporti col mondo (il simbolo della coperta viene sviluppato su direttrici diverse nel bel video che accompagna la canzone). Il resto del lato A è fatto di mid-tempo leggermente più calmi, ma sempre con la svolta gridata nel refrain: I giorni belli parte suadente lasciando al bassista Luca Cantasano (da più di 10 anni nel gruppo e al quale era stata data la direzione musicale del suddetto Confidenziale 2021 tour e disco) un po’ di spazio per esprimersi, passando poi a dichiarare con un po’ di ironia ma non troppo la posizione controintuitiva di stanchezza e noia verso i giorni del titolo, auspicando la tranquillità che vive “ora”. Mite sarò, una delle canzoni vecchie, ugualmente parte aperta, quasi serena, mentre cerca alleanze sentimentali e personali contro i nemici dell’allegria, prima di mostrare la consueta disinvoltura nel passare dalla disarmante franchezza («io voglio fottere con te») al lirico («io voglio crescere con te»), da un ritornello all’altro (anche se non ai livelli del vertice di questi salti, ossia Mi sento un mostro da Camminando sul lato selvaggio). Anche Il sesso è nella testa mescola le riflessioni sul tema ai consueti dialoghi dell’autore con qualcuno che gli è vicino, tra strofe che scorrono notturne e la proclamazione che, se anche magari sopravvalutato, il sesso rimane la consolazione alla «disgrazia di esistere».

Il secondo lato inizia con le domande dell’ispirata title-track, la cui melodia prende toni e accordi minori di rimpianto, in un testo che mescola consolazione, dolore per la distanza e accusa. Si alzano i giri e si prende una piega lievemente più sbarazzina, anche nel ritornello, in Volenteroso (e si rovescia un vecchio classico nel verso «fuori c’è un freddo che levati»), così come in La tua morte si parla del tema con parole pesanti, con melodia serena nelle strofe e ritornello vagamente inquietante. Ma il pezzo che più spicca, anche perché musicalmente esce dai binari generali dell’album, è l’ultimo, Nella testa di un attore porno: una corsa notturna con un incalzare vicino a quello della bowieana Sue (or In a Season of Crime) e venature tra western e new wave, con una chitarra protagonista attraverso ricami che ricordano quelli delle prime fasi del gruppo: in una (improbabile) eventuale Platinum Collection dei nostri, questa, l’apertura e la title-track sarebbero le candidate all’inclusione.

In sintesi, se manca la varietà che aveva Preso nel vortice, se la scaletta più corta offre meno spazio alle variazioni del precedente L’abisso (anche come temi dei testi: qui la contemporaneità manca quasi del tutto), c’è invece un’unità coerente e abbastanza ispirata che tiene insieme anche il vagare dei pensieri e delle riflessioni, come se fosse un lungo discorso articolato nelle varie canzoni della scaletta.

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