Recensioni

6.2

Devendra Banhart, ormai possiamo anche ammetterlo, è stato uno degli artisti più affascinanti della sua generazione. Con il suo stile e l’atteggiamento naïf ha incarnato la filosofia nu-folk, interpretandone alla perfezione i canoni stilistici/sonori e stregando gran parte degli addetti ai lavori. Per oltre un decennio (il debutto The Charles C.Leary è datato 2002, lo stesso anno in cui uscì quel Me Oh My… su Young God che lo fece diventare un caso discografico) ha inoltre preso per il naso il suo pubblico facendolo sbandare di fronte ai suoi album (Nino Rojo, Rejoicing the Hands) e, soprattutto, alle esibizioni dal vivo. In questo lasso di tempo Devendra ha cercato di affinare e perfezionare la sua arte e il suo stile, portando avanti un processo di trasformazione che, stando alle ultime prove, sembra però essersi fermato alla mera apparenza. Dall’hippie trasandato che fu, al boho elegante e posato di ora, Banhart ha cambiato pelle, ma mantenendo pressoché inalterata la sua offerta musicale ha finito per rivelarsi un radicale nell’aspetto e un conservatore in campo artistico. Il suo nuovo Ape In Pink Marple, che arriva a due anni dal «lieve, carezzevole, col retrogusto dell’intensità» (come lo aveva descritto Stefano Solventi in sede di recensione) Mala, sembra sposarsi con questa nostra tesi.

Banhart, riprendendo il filo del discorso lasciato in sospeso con l’ultima opera, avanza (o, a seconda dei punti di vista, indietreggia) adottando soluzioni minimal (chitarra acustica, synth, mellotron, percussioni e poco altro accompagnano il Nostro nella nuova avventura) e puntando sulla fragilità della prima ora (vedi il singolo Middle Names dedicato a Asa Ferry, cantante della band losangelina Kind Heart & Coronets scomparso durante la registrazione del brano, o l’amaro romanticismo di Saturday Night: «Please don’t love me because / don’t love me because / You’re through hating you») di composizioni che guardano all’oriente (Good Time Charlie, Mara), ma talmente “leggere” da farsi trasportare via da una corrente uggiosa.

Anche quando il songwriter di origini venezuelane prova ad alleggerirsi – è il caso del soul-funk di Fig In Leather o della “tenue” Jon Lends A Hand (omaggio al leader dei Modern Lovers, Jonathan Richman) – si ha il sentore che qualcosa manchi. E forse questa mancanza è quella briosità che caratterizzava pezzi come Feel Just Like a Child, Foolin o Baby. La seriosità allora – prendete la lenta per quanto profonda Linda (storia di un amante abbandonata: «I’m a lonely woman / Alone in the world / Drifting through town / Drifting through town») o la docile Souvenirs – se da un lato permette al personaggio Banhart di mantenere intatto il fascino di sempre (alternando in modo un po’ telefonato romanticismo e umorismo: «I’ve got a dumb dance inside my pants, man / I’ve watched all the latest shows on bing-bong […] We’re so in love/ Everywhere we go it’s walking underwater / Suddenly I’ll be playing / All the tears are music to my ears», canta in Fancy Man), dall’altro ricade su un’offerta musicale non più all’altezza dei tempi. Che sia la conseguenza di un pigro imborghesimento?

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