Recensioni

6.8

Deutsche Elektronische Musik. Experimental German Rock and Electronic Music 1972-83 – 2 segue l’omonima parte 1 uscita sempre per Souljazz. Entrambe sono compilation pubblicate con l’intento di fornire una panoramica su quel krautrock tedesco (o kosmische musik che dir si voglia) sviluppatosi in Germania nei Settanta e capace di influenzare, col suo portato innovativo, tutta la musica occidentale venuta successivamente (elettronica, industrial e post punk, in primis).

C’era davvero bisogno di un’operazione del genere? Probabilmente no, e per vari motivi: da un lato perché gli artisti in scaletta sarebbe stato meglio scoprirli da un disco ufficiale, piuttosto che da un’antologia (per forza di cose) entomologica come questa; poi perché nelle due pubblicazioni mancano nomi eccellenti (ci vengono in mente, ad esempio, Kraftwerk, Guru Guru o Klaus Schulze, immaginiamo non presenti per questioni di diritti d’autore); infine perché sintetizzare in cinquantuno brani un movimento musicale/culturale così differenziato, stratificato e evolutivamente instabile come il krautrock, ci pare un’operazione quantomeno velleitaria. Si pensi, ad esempio, solo alla discografia di un gruppo come i Can, esemplificazione di un percorso artistico da seguire in ogni svolta e impossibile da ridurre a un brano o due.

Detto questo, le due raccolte hanno comunque il pregio di rappresentare per il neofita una buona introduzione, quantomeno capace di dare una vaga idea sulla differenziazione stilistica ma anche sulle costanti formali alla base del krautrock tedesco. Con in più il valore aggiunto di ripescare, nel caso specifico di questa seconda puntata, piccole perle come la Emphasis di Harald Grosskopf, gli Amon Düül II della blues-beatlesiana A Morning Excuse, la bella escursione folk-etnica dei Bröselmaschine in Nossa Bova, la psichedelia dei Gila di In A Sacred Manner o il motorik morbido fatto di synth del Wolfgang Riechmann di Himmelblau. Forse ancora più interessante, in termini di riscoperta, un secondo CD in cui si distinguono il programming serrato e i toni spacey degli You di Electric Day, il beat selvaggio e desertico dei Niagara di Gibli, i toni marziali, ipnotici e moroderiani della Der Prophet di Rolf Trostel, il rock quasi hendrixiano della China degli Electric Sandwich e la techno in naftalina di Asmus Tietchens di Zeebrugge. Dimostrazione di come il coraggio espressivo e l’originalità della Germania musicale del dopoguerra non fossero prerogativa solo dei grossi nomi, ma anche delle seconde file e di figliocci che ne raccolsero pazientemente eredità e meravigliosa follia.

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