Recensioni

5.8

Universe è il disco della presunta maturità di Denise Galdo, autrice salernitana di spiccata sensibilità dreamy-pop, fantasiosa, favolistica, rediviva Alice in un paese che non è mai stanco di meraviglie. Lasciatasi alle spalle l’ala salvifica e lungimirante di Gianni Maroccolo (già produttore del primo disco), la musicista si affida a Roberto Vernetti, Cristian Milani e Michele Clivati. L’intento, ça va sans dire, è quello di superare il clima bambinesco e ingenuo che caratterizzava Dodo, do! e che, in un modo o nell’altro, era riuscito a conquistare l’ammirazione della critica (passando ovviamente per le varie Trl, Radio Dj e quant’altro, mai sazie di ritornelli e stornelli prêt-à-porter)

Eppure l’ingresso nel mondo degli adulti non è così facile, quando manca la leva militare. Se da un lato è palese l’approccio a sonorità più emancipate rispetto alla parte glitterata degli Eighties (il suono di Mantra of The Universe e Halfman può essere cifra di ciò) e c’è il tentativo – per quanto solo accennato – di accostarsi a una tradizione che parte dal jazz-folk passando per Kate Bush e Regina Spektor (Sailors è una bella, ma troppo classica ballad), dall’altro la zampata del manierismo “pascoliano” è dietro l’angolo. C’est-à-dire: ben venga questo mondo di meraviglia visto dall’artista con gli occhi di un fanciullino e condito di sincopati ritmi pop e accenni elettronici di natura squisitamente sognante (e quindi archi, archetti, stelle e stelline, giocattoli e giocattolini), ma attenzione a non farsi prendere troppo la mano. E quale miglior testimone di questa indole manieristica se non proprio l’accanimento sull’onomatopea (ancora in Rain e Piggy Poggy), la faciloneria gigiona storpiata nell’electro-indie-pop di Superpop o la strozzatura forzata di una bella (è doveroso dirlo) vocalità?.

Rimangono gli spunti programmatici finalizzati a uscire dal Baby Denise Universe e che, salvo gli episodi indicati sopra, si sporgono appena in dirittura d’arrivo (Lighthouse Keeper). Troppo contaminati, tuttavia, da un immaginario che in tempi come i nostri ha smesso di affascinare.

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