Recensioni

6.2

Jessica Dobson, unico elemento del moniker Deep Sea River, è una di quelle musiciste che potrebbero avere la fama di St. Vincent o il “mito” di Sharon Van Etten e invece gravitano in un limbo tra culto e semi-oscurità. Non che le manchino curriculum o talento: ha suonato con Beck, The Shins, Yeah Yeah Yeahs, il gotha dell’indie rock, e i suoi Deep Sea Diver hanno sempre avuto il passo di una band pronta al grande salto. Con Billboard Heart ci riprova, forte del primo assaggio di notorietà con Impossible Weight del 2020, ma il disco, per il genere che propone, arriva con tutta l’energia e la tecnica giusta, ma forse suona leggermente fuori tempo massimo.

Intendiamoci, come il predecessore anche Billboard Heart ha tutte le carte in regola per piacere: produzione pulita, energia calibrata, dinamiche curate al millimetro. Eppure, se Impossible Weight aveva sorpreso per la sua capacità di muoversi tra indie rock e sperimentazione con naturalezza, questo nuovo lavoro sembra un parente più studiato, che ha passato fin troppo tempo a compiacersi.

Ci sono momenti di indubbio impatto: la title track entra subito a gamba tesa con un’introduzione grandiosa. Una costruzione epica alla Arcade Fire (The Suburbs è dietro l’angolo), ma con un’attitudine più levigata che sporca, come se gli Yeah Yeah Yeahs di It’s Blitz! avessero fatto pace con l’ansia da prestazione.

What Do I Know e Emergency pompano energia con chitarre robuste e sezioni ritmiche che spingono forte. Il primo ha un groove insistente e percussioni quasi battagliere che ricordano certe cose dei Foals, mentre il secondo, con il suo riff tagliente e sintetizzatori acidi, sembra flirtare con l’euforia controllata di una Take Me Out dei Franz Ferdinand senza però la stessa irriverenza. Il mestiere c’è – Dobson è una chitarrista raffinata, e la sua esperienza si sente – ma manca quel tocco di pericolo, quel guizzo da produzione più autentica, più viva.

Le cose migliorano nei momenti più raccolti, quando il sound si fa più intimo e stratificato, come nella tensione crescente di certo folk atmosferico alla Van Etten (Loose Change), nelle incursioni blues appena screziate di PJ Harvey (See in the Dark) o nelle trame arpeggiate che sfiorano il dream pop dei Beach House senza abbandonare una costruzione più tradizionale (Tiny Threads).

Nel complesso, Billboard Heart è un album che suona benissimo, anche se a volte rischia di perdersi nella sua stessa ambizione. E nel contesto. È velleitario sottolineare che il disco arriva in un’epoca in cui quel mix di indie rock e ambizione art-pop non è più il linguaggio dominante, ma un’eco di qualcosa che ha già avuto il suo momento? Forse. Eppure, il talento c’è, la scrittura pure e, anche se il tempo di questa musica sembra passato, Dobson ha ancora tutte le carte in regola per sorprenderci.

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