Recensioni

Corsi e ricorsi storici, verrebbe da dire; oppure una di quelle strane coincidenze che ci fanno apprezzare l’esistenza. Proprio nel mese in cui approfondiamo il nostro sguardo sulla scena di Detroit ecco che da un buco spazio-temporale emerge un pezzo tra i più sconosciuti della storia passata del rock della motor city.
O riemerge, si potrebbe dire, a seconda del punto di vista col quale si guarda la questione. Perché …For The Whole World To See, unico album postumo del trio Death – pubblicato oggi dalla City Slang per un caso decisamente fortuito – è considerabile anche come una ristampa, visto che venne composto, suonato e registrato un trentennio fa senza mai vedere la luce. La storia è nota e se non lo fosse basterà farsi un giro online per scoprirla.
Oggi, a quasi 35 anni di distanza il black rock a forti tinte garage dei tre afro-americani folgorati sulla via degli Stooges suona insieme datato e avanguardistico, col quel suo mescolare in maniera semplice, genuina, entusiasta sonorità nere non scontate su un tessuto rock pesante, proto-punk, inficiato da pulsioni prog-psichedeliche come è giusto che fosse a quell’altezza ma totalmente libero nell’approccio.
Crossover prima che il termine venisse coniato; attitudinalmente punk nella sostanza – chi fu più no future di loro? – quando i semi della rivoluzione punk erano sul punto di essere gettati; sgraziatamente glam prima ancora che quella potenzialità vocale si ergesse a stilema classico.
I Death erano un gruppo potenzialmente avanguardistico e dall’ascolto della scarsa mezzora dell’album emerge il grosso rammarico di cosa sarebbe potuto accadere se la loro parabola non si fosse esaurita prima ancora di cominciare.
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