Recensioni

7

I Death and Vanilla sono sempre andati a braccetto con il mondo del cinema. Dopo l’eponimo esordio del 2012 furono invitati a musicare dal vivo il capolavoro del 1932 di Carl Theodor Dreyer, Vampyr – Il vampiro, e sono loro stessi ad affermare che dopo la visione di un film particolarmente impressionante, questo rimane per giorni nelle loro teste fino ad esplodere ed essere convertito per deformazione professionale in suoni e melodie che da sole prendono il sopravvento sul resto. Accadde la stessa cosa anche un paio d’anni fa, dopo la visione de L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski, ed ecco arrivare l’omonimo The Tenant, rielaborazione in musica dell’incubo polanskiano, dal fascino sinuoso e conturbante, dall’atmosfera a metà strada tra la veglia e il sogno, un labirintico conto alla rovescia verso l’oblio e la disperazione.

Accantonate temporaneamente le profusioni frizzantemente pop di To Where the Wild Things Are – il cui titolo riprendeva quello del libro per ragazzi di Maurice Sendak – dove la fantasia di Marleen Nilsson e Anders Hansson saltellava in maniera sognante tra visioni jonziane e slanci psichedelici tenuti premurosamente a bada, e dopo che il postmodernismo pop di Wes Anderson trovava ampio sfogo nell’EP California Owls, il nostro duo svedese, raggiunto a pieno titolo in formazione da Magnus Bodin, sembra aver trascorso l’ultimo anno all’interno del Bang Bang Bar di Twin Peaks, dove abbiamo visto scorrere una lista di nomi che vanno dai Chromatics a Sharon Van Ettern, dai Nine Inch NailsJulee Cruise, dalla quale i Death and Vanilla mutuano l’effetto fluo e sognante dell’impostazione vocale, qui ancora più accentuato che in passato. Il tono generale si fa più coerente e privo di quelle digressioni che negli album precedenti avevano dettato una certa stanchezza una volta oltrepassato lo scoglio di metà tracklist; Are You a Dreamer? (il cui titolo stesso sembra ammiccare all’ossessione onirica dell’universo lynchano) si apre all’ascoltatore con sincerità e una schiettezza decisamente inedite per il trio, e nell’arco dei suoi comodissimi 40 minuti di durata è capace di costruire un filo conduttore solidamente strutturato tra psichedelia anni Sessanta (impossibile non risalire ai primi Pink Floyd, si pensi alla somiglianza tra una Julia’s Dream e una Vespertine), reminiscenze kraftwerkiane (Eye Bath) e la delicatissima malinconia dei Broadcast, stavolta soppesata in modo iper-maniacale.

Are you a dreamer? Beh, se la risposta è affermativa, questo album potrà essere un toccasana per i vostri pomeriggi assonnati, una doccia rinfrescante nelle torbide estati d’agosto, un chiaro invito a lasciarsi sopraffare dal flusso sonoro, che imperterrito manterrà la sua rotta fino allo stralunato finale (Wallpaper). D’altronde, persino, nel cortocircuito lynchano per eccellenza (What year is this?) si arrivava a mettere in dubbio la stabilità di una realtà sempre più difficile da decodificare. Who’s the dreamer? Stavolta lo sappiamo bene.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette