Recensioni

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Prima ci sono stati i Galaxie 500, poi i Luna, Dean and Britta e ora, finalmente, dopo trent’anni di carriera, il primo vero album a nome Dean Wareham. Un eponimo, come a ribadire che un filo sottile ma evidente teneva e tiene insieme i progetti del musicista di origine neozelandese. Riconoscibilissimo, Dean, nelle canzoni di questo primo LP solista a tutti gli effetti.

Appena una traccia in più rispetto all’EP Emancipated Hearts dello scorso anno e prodotto da Jim James dei Morning Jacket, Dean Wareham – l’album, e con esso il suo titolare – riesce con un’ottima percentuale di successo (quasi al cento per cento…) nel distillare l’essenza di un cantautore, dispiegando un ventaglio amplissimo di influenze e assonanze, di richiami a tutte le sue esperienze precedenti (il dream rock impressionista dei Galaxie 500, l’indie pop velvettiano dei Luna, i paesaggi sonori di Britta and Dean), e ricordando allo stesso tempo le caratteristiche uniche del suo stile: la voce, il tocco inconfondibile sulla chitarra, le abilità di melodista e la scrittura.

Appunto, la scrittura, che non solo la produzione e il lavoro della band rendono in tutte le sue molteplici sfaccettature. A partire da Dancer Disappears, chitarra jangly gentile gentile e melodia semplice che sanno di un abbraccio tra gli anni ’60 dei Velvet e dei Byrds e gli anni ’80 dei Cure e dei New Order e, naturalmente, dei Galaxie 500 (per arrivare ai ’90/2000 dei Notwist).

Melodie brillanti nella loro limpidezza e linee armoniche di un candore trascendentale risaltano, più ancora che nelle strutture, nelle sfumature, nel twist inaspettato che imprimono pennellate come l’assolo psichedelico di Beat the Devil in un’atmosfera pastorale da Mercury Rev, il finale jazzato di Heartless People, il volo alla Pink Floyd gilmouriani di Love Is Not the A Roof Against the Rain (quando l’inizio sola voce e chitarra ricorda piuttosto Nick Drake e Neil Young), l’altro solo di chitarra nervosa di Only Pattern (che più Galaxie 500 di così si muore), o la reverie pop di Babes in the Woods. A metà tra indie e classic rock, un mélange musicale a tinte pastello con la qualità dolcemente onirica che abbiamo apprezzato in tutta l’opera di Wareham. Esattamente ciò che ci si aspettava, ma nondimeno impeccabile.

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