Recensioni

Fourth Quarter, contenuta nel precedente (e buon) Drawn And Quartered, sperimentava gli umori dubstep ricavandoli dal dancehall sotto una coltre di etniche afose quanto ambient. Andando per convergenze parallele con un altro producer attento ed eclettico, ma fermo sulla propria visione, Shackelton è il nome che verrebbe da forzare se non che Eight e Deadbeat trovano ancora linfa e intuizioni nella techno berlinese.
Il nuovo album del canadese sviluppa il discorso sulla battuta spezzata riducendo il minutaggio nell’intorno techno-dub e house più noto. Rimane il bass. Pietra angolare. Rimangono le pieghe ambient, ma di più e in meglio Monteith evita facili approcci dark lavorando piuttosto ai confini tra jungle e 2 step facendo, ad esempio, di The Elephan In The Pool, l'ottima opener, pesante e dai tratti jazzy (le movenze dell’elefante), groovey (il synth minimale) e ricca delle classiche sfumature elettroacustiche di cui l’uomo e altra gente come Deepchord è capace e maestra.
L’album trova poi un viatico in brani sugli otto minuti. In 2_Lazy Jane (SteppersDub) con ospite Danuel Tate dei Cobblestone Jazz, siamo in zona Benga pre svolta brostep ma anche tra le pareti colorate del vocoder pop dai tagli soul di questi mesi. Alamut surfa su un’altra microtendenza attualissima come l’acid esprimendola in visioni tubolari e amore per l’analogico e per quelle vie si torna alla casa techno dub senza averla mai lasciata veramente (Wolfes And Angels con ospite Mathew Jonson, Punta de Chorros), strizzando l'occhio alla tech house magari (My Rotten Roots) e comunque senza sorprese e la solita qualità garantita.
Horns of Jericho, con feat. d’eccezione Dandy Jack ovvero Martin Schopf (già contenuta in un’altra take nel suo Rebirth EP come remix di Hamlet Machine) arriva a liberarci tutti in un’antemica tribal deep, super deep. Roba che Fabrice metteva agli after a metà Novanta.
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