Recensioni

Sembra un’unica suite, questo nuovo lavoro dei Dead Rider Trio, tanta e tale è la capacità destrutturativa della band dell’ex U.S. Maple Todd A. Rittman e tanta e tale è la forza ipnotizzante dell’ospite Paul Williams e del suo fluviale flusso di coscienza. Magnetico il secondo, come una specie di Borroughs ancor più sotto anfetamina, con una voce roca che parrebbe ricordare il Tom Waits più alcolico, e slabbrati i primi, pronti a disperdere ascisse e ordinate di un suono che nasce già di suo come, insieme, compresso e disperso, in grado di rivedere sotto forme avant un eterno blues rock e al tempo stesso riesumare le coraggiose lande che furono dell’art-rock/math/no-wave della band di Rittman.
Non è più della partita l’altro esegeta della reinvenzione che era Thymme Jones, dei mai troppo considerati Cheer-Accident, ma la sensazione che rimane addosso all’ascoltatore è la stessa; quella cioè di essere trascinato in un gorgo o al limite in una casamatta, di quelle in cui le forme originarie si rifrangono e disperdono tra mille specchi deformanti, allungandosi o rimpicciolendosi a seconda della prospettiva del momento. Ecco così il blues dilatato dell’opener Candles On Crabs guidato dalla claudicanza vocale dell’ospite e sorretto dalla claudicanza strumentale dei tre guilty in action, quello quasi dubbioso e al minimo dei giri di Not A Point On A Scale, che però poi implode/esplode sempre insieme alla chitarra di Rittman, la lunga divagazione arty&psych della conclusiva Of Men Who Stay In Their Rooms. Fluviale, storto, chicagoano, skingraftiano, dilatato e frammentato: se vi aggradano almeno un paio di queste coordinate, ascoltatevi questo disco.
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