Recensioni

7.3

Todd Rittman e i suoi D Rider sono tornati con la voglia di spazzare via tutto quel silenzio intercorso tra Chills on Glass e questa quarta prova discografica. Lo ammettiamo, l’album immediatamente precedente ci aveva un po’ fatto sobbalzare dalla sedia per l’intruglio convincente di sonorità, intuizioni e quella voglia anche malsana di mettersi continuamente alla prova di cui si era fatto portavoce. Un disco, quello, ascrivibile agli ultimi scampoli di anni ’90 e con un’idea di rock sempre meno canonica e tesa ad una soluzione che fosse quanto più distopica possibile.

C’erano riusciti portando a casa un risultato al di sopra di ogni aspettativa e mostrano d’aver affinato, ottimizzando, quelle intuizioni wierd, e giungendo a una pastella per indole indirizzata all’eterogeneità. Andiamo dritti al nocciolo della questione: ai Dead Rider potremmo imputare un approccio al limite del filosofico-futurista rispetto al loro modo di maneggiare la materia sonora, in questo Crew Licks relegata a una sorta di gigantesca costruzione che potremmo immaginare realizzata coi mattoncini colorati Lego. Rittman e soci giocano il ruolo di deus ex-machina, de-costruendo e smembrando quel mostro gigantesco chiamato “rock” a favore di un’intelaiatura forse meno solida ma dalle grandi doti comunicative. Così in questa miscela di polvere blues (The Listing), riff che ammiccano agli Zeppelin (Gran Mal Blues) e suoni “synthetici” ecco formarsi una nuova creatura che è tutto ed il contrario di tutto. Potremmo scomodare riferimenti ai vari Liars, azzardando anche qualche analogia con la carica disturbante in salsa Flaming Lips ma saremmo comunque lontani dalla formula qui sperimentata. Prendete ad esempio Ramble on Rose, con tutti quei glitch a far da sfondo e un cantato che diresti da soulman, e poi spingetevi fino all’ultima traccia When I Was Frankstein’s, che diresti uscita da un disco dei The Grateful Dead, e provateci voi a trovare una quadra. C’è poco da fare, la band di Rittman svaria su tutta la linea riuscendo ad essere sempre convincente, accettando il rischio legittimo di risultare fuori fuoco. È in fondo la strada intrapresa anche da nuove leve del calibro di Kiran Leonard e chissà che non abbiano ragione loro: che il rock sia morto e ci sia bisogno di reinventarlo, vomitarlo, ridurlo a brandelli, e poi tradurlo con uno sguardo visionario?

Crew Licks prova nel suo piccolo a fare proprio questo. Offrire un’altra visione dello stato dell’arte, scoprendo sul panno verde assi nella manica che spaziano dall’elettronica avanguardista (Too Cruise/ The Floating Dagger) ai più rodati giri d’accordi in chiave blues (The Listing). Un disco in ogni caso da assorbire e di cui godere. Altro colpo ben assestato, questa volta tra sterno e gola.

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