Recensioni

6.9

Tutto si può dire, dei Deacon Blue, tranne che manchi loro l’ironia. Perché hipster, loro, non lo sono mai stati nemmeno all’inizio della loro carriera, quando con Raintown contribuirono a ridisegnare le coordinate del pop britannico dopo la sbornia del new romantic e degli inni da stadio, intingendo il pennino in chine ora soul, ora in debito con il songwriting di Bob Dylan e dei Waterboys (anche se presero in prestito il nome dagli Steely Dan) sempre con la giusta dose di personalità. Ricky Ross ha costruito con cura certosina aquiloni di storie e di note, pronti per librarsi nell’aria, forti di una leggerezza spesso solo apparente: la poesia è nelle storie di tutti i giorni, nei piccoli gesti dell’uomo qualunque che percorre le vie di Glasgow con le sue preoccupazioni sperando che prima o poi, tra i nembi, il fumo delle ciminiere e la pioggia scrosciante, arrivi quel tanto sospirato raggio di sole.

A undici anni da Homesick – anche se intanto è arrivata la raccolta Singles con tre pregevoli inediti e Ross ha condotto una trasmissione di successo per BBC Radio Scotland – è emozionante ascoltare le nuove canzoni di The Hipsters. Gli ingredienti più distinguibili della ricetta sono ancora qui, intatti – d’altronde, perché stravolgerla quando gli Admiral Fallow e Fran Healy dei Travis hanno fatto tesoro della loro lezione con tanto successo?

Eppure questo comeback non è un’operazione nostalgia: sarebbe stato troppo facile, e i Deacon Blue sanno che non c’è bisogno di riscrivere Dignity, o quella Real Gone Kid immancabile nella playlist del calciatore inglese Wayne Rooney durante gli allenamenti prima delle partite della nazionale, e si rimettono in gioco con un lavoro adult ma fresco, ben prodotto da Paul Savage (all’opera con King Creosote e gli Arab Strap) e, soprattutto, con canzoni all’altezza della loro storia. A partire dalla title track e dalla successiva Stars – ovvero, “come fare barba e capelli a Coldplay e Snow Patrol in meno di dieci minuti”.

Here I Am In London Town ci riporta a casa: fu proprio Londra, con i suoi AIR Studios, a far partire la loro avventura. Eg White, sopraffino artefice di una serie impressionante di hit (per Adele, James Morrison, Natalie Imbruglia, Will Young, Duffy, Joss Stone…), lascia il segno con la splendida Turn. Gregor Philp, che sostituisce il chitarrista Graeme Kelling morto di cancro nel 2004, è ben inserito nel team e co-firma The Outsiders, altro episodio da antologia. La combinazione tra la voce di Ricky e quella della moglie Lorraine è ancora tra le più riuscite dopo quella fra la panna e il cioccolato: funziona sempre, ma in particolare nell’esercizio springsteeniano That’s What We Can Do (toccante dialogo tra padre e figlia), in Laura From Memory e nella tenera malinconia di Is There No Way Back To You?.

La macchina è ripartita, e se è vero che ci sono due episodi sui generis e un altro che funziona meglio sulla carta (She’ll Understand) si può ammettere che sì, c’era proprio bisogno di un bel ritorno così, e che siamo contenti di rivedere questi vecchi amici cui forse non abbiamo mai detto, ai tempi, quanto ci facesse star bene la loro compagnia. In attesa di sfogliare l’album dei ricordi (sono in arrivo succulente ristampe di tutto il back catalogue) facciamolo pure senza indugi, questo tuffo nel presente.

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