Recensioni

6.7

Tutto diresti, tranne che i De Lux vengano da Los Angeles. Da New York, magari, per quel modo di sbiancare le poliritmie afro alla maniera dei Talking Heads, o più recentemente, dei Rapture. Oppure dalla Francia, per la leggerezza con cui trattano il funky o semplicemente perché Sean Guerin e Isaac Franco sono un duo che sa costruire pop song garbate e accattivanti.

Voyage, da questo punto di vista stupisce per la naturalezza con cui sciorina brani dance fluidi, che rielaborano gli Chic con fare robotico, senza bisogno di maschere e ospiti di lusso. A proposito, c’è anche l’englishness degli Hot Chip. La si scorge soprattutto nell’opener Better At Making Time. In quell’electropop gommoso, nel cantato ironico, sopra le righe e vagamente surreale.

Il punto, in casi come questi, è sempre dove si ferma il namedropping e dove inizia la personalità dell’artista. Perché è indubbio che talvolta il già sentito sia inevitabile: i De Lux hanno assorbito come spugne tutta la disco wave degli ultimi tre lustri e non mancano di farcelo capire. A volte però è come se tutte queste influenze si sovrapponessero in brani dalla personalità poliedrica. E’ qui che nascono ibridi psichedelici come Make Space, in cui i sensi si sovraccaricano, sollecitati da accesi cromatismi anni ’80 e da un citazionismo forsennato (si spazia dalla DFA ai MGMT) che finisce per farsi cifra stilistica.

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