Recensioni

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Probabilmente lo yodel demente di Cpt. Thomas (che se esiste un ‘capitano mio capitano, dopo quello per antonomasia – ossia Beefheart – nella storia del rock, bhè…di certo questo è il buon David) ha un po’ perso in demenza esibita col passare degli anni. Tuttavia, quanto il nostro benamato riesca a non far rimpiangere il suo passato – gloriosissimo, sia con i Pere Ubu che da solista – lo si evince da quest’ultima piratesca prova in proprio.

In proprio, ma coadiuvato da Keith Moline (chitarra e violino) e Andy Diagram (tromba): i due Pale Boys, insomma. Queste ‘diciotto scimmie danzanti sul petto del morto’, ridotte musicalmente in 9 canzoni-movimenti d’un imponente e unica operetta ‘rock’ (sebbene ‘sui generis’), non meritano certo di passare inosservate in quel baraccone, metà circo e metà zoo, che è il music biz contemporaneo. New Orleans Fuzz, opener del cd in questione, trascina per i piedi, sul sottofondo di tromba e chitarra strascicate, qualcosa a metà f ra il pathos del miglior swamp blues e un boogie infestato dai soliti mostri psicanalitici di Thomas: ombre e fantasmi d’una intera carriera messi al servizio dell’espressività poliedrica di David. Come succede nell’hard rock, disturbato dall’elettronica, di Numbers Man (ritornello poppy e bellissimo il suo). Al lato più ‘riflessivo’ del disco appartengono le successive, armonicamente ricercatissime, Little Sister e Habeas Corpus.

Che il corpulento Thomas sia ormai assunto alla statura di un classico lo si capisce proprio da pezzi come questi. Sebbene siano, infatti, un po’ esercizi di stile, quello patafisico del nostro che sempre ci ha intrigato, finiscono per affascinare comunque. La cifra stilistica di Thomas è, insomma, tale da essere goduta più per quello a cui rimanda, almeno nel caso, che per ciò che, in concreto, realizza musicalmente. Ma Nebraska Alchohol, dove il nostro giogioneggia nel fare il muezzin e gran cerimoniere sinistro d’una “o pre macabre” da sempre invasiva in lui, è corredata di una tetra coda industrial-ambient che poco o niente, nonostante le apparenze, stona con la poetica thomasiana. Se a volte, accade in Sad Eyes Lowland, il blues inciampa nel sasso dell’espressione armonica leziosamente infiocchettata, ricordando un ipotetico Tom Waits sotto valium, non è per carenza di idee, casomai per eccesso di introspezione.

Ecco, le musiche di 18 Monkeys portano l’introspezione d’un individuo (Thomas nel caso e chi fra gli ascoltatori nelle sue litanie si riconosce e specchia) ai livelli follemente quieti ed espressivi d’un musical assurdo, patafisico, al quale, forse, la sola ed intera carriera del nostro riesce a conferire ragione e senso. E, ma sì, pure grande sentimento.

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