Recensioni

7.5

Nel 2013 David Sylvian era tornato dopo anni ad esibirsi dal vivo: un progetto elettroacustico sperimentale basato sull’improvvisazione, denominato The Kilowatt Hour, in trio con Christian Fennesz e Stephan Mathieu, maestri nella manipolazione live dei suoni e già collaboratori di Sylvian per altre produzioni. Al debutto del 7 settembre al festival Punkt di Kristiansand, hanno fatto seguito nello stesso mese altre cinque date in Italia.

Leggendo i resoconti, l’accoglienza del pubblico è risultata generalmente tiepida, non solo da chi probabilmente si attendeva uno show con l’ex-Japan alla chitarra e voce, ma spesso anche da chi, seguendo l’ultima dozzina d’anni di carriera del Nostro, poteva aspettarsi un approccio più avanguardista e impegnativo. A distanza di oltre un anno, Sylvian riprende in mano il progetto, non citando più il nome Kilowatt Hour, espungendo ogni apporto di Mathieu (anzi, letteralmente cancellando ogni riferimento della partecipazione del tedesco, nel contempo togliendo pure dal catalogo della sua label Samadhisound, Wandermüde, l’album firmato in coppia del 2012 che riprocessava, distillandoli, i suoni dello spartiacque Blemish), riaggregando tutto il materiale imbastito per l’occasione, richiamando Fennesz per suonare di nuovo i passaggi più felici trovati durante il tour e coinvolgendo un altro amico peso massimo della storia dell’improvvisazione colta, il settantottenne pianista d’avanguardia John Tilbury (altra presenza frequente nelle pubblicazioni dell’ultimo Sylvian).

Ciò che rimane intoccato del Kilowatt Hour Tour è l’elemento fondamentale: la sequenza di dieci poemi in prosa del poeta americano Franz Wright, che Sylvian ammira profondamente e con la produzione letteraria del quale ha trovato una particolare, intima connessione. La decisione di utilizzare direttamente le registrazioni della voce faticosa, sofferta, emozionante del poeta, gravemente malato, è determinante nel segnare il mood complessivo del progetto. Nell’album viene ora risolto il problema principale delle esibizioni dal vivo, dove la voce di Wright, originariamente pensata come àncora di sicurezza per le improvvisazioni del trio, risultava distante, sovrapposta, poco amalgamata con il tutto. Ora la compenetrazione è compiuta, al punto da chiedersi se non fosse stato più corretto cointestare There’s a light… anche a Franz Wright, anziché limitarlo ad un semplice “featuring”.

Il risultato va oltre il semplice spoken word album (filone insidiosissimo! E’ possibile verificare i pasticci che si possono combinare utilizzando gli stessi ingredienti, andando ad ascoltare i Readings from Wheeling Motel del 2009, con voce e testi di Wright appoggiati su una insipida base ambient-muzak-new age), non paragonabile a quell’Uncommon Deities firmato Jan Bang e Erik Honoré (i musicisti responsabili del Punkt Festival) e pubblicato da Samadhisound nel 2012, dove era lo stesso Sylvian a declamare con voce stentorea alcuni testi di poeti norvegesi. In There’s a light… trovano compimento e unitarietà i principali driver artistici del Nostro: l’interesse appassionato per la sperimentazione d’avanguardia e l’amore incondizionato per la poesia. Nel descrivere i temi trattati nel suo Manafon, Sylvian aveva citato una frase di Wallace Stevens: “una volta abbandonata la fede in dio, la poesia è l’essenza che prende il suo posto come redenzione di vita”.

Uno dei grandi meriti dell’album, per chi scrive, è aver dato l’occasione di scoprire il bellissimo libro che ha dato vita al tutto: Kindertotenwald (“la foresta dei bambini morti”, o “i bambini della foresta morta”: titolo che vuole anche ricordare i Kindertotenlieder di Mahler), scrigno prezioso di risonanze ed emozioni. La poesia di Franz Wright si dimostra legittima discendente, nell’America del secondo millennio, di quella di Emily Dickinson e Walt Whitman. Lo sguardo del poeta seziona con precisione surreale, quasi beckettiana, un mondo misterioso ma maledettamente familiare, dove non è inusuale identificarsi in una bufera a Minneapolis nel 1959 o imbattersi in un gabbiano morto in un campo di grano del Massachusetts: un mondo interiore di muri che diventano finestre che diventano specchi, un mondo di vomito, malattia, morte, ma anche di amore e di luce. Le parole dei dieci poemi scelti per There’s a light… tra i 65 della collezione vanno assimilate e assaporate con debita attenzione: anche per chi domina la lingua inglese il consiglio è di accompagnare l’ascolto con i testi scritti per non perdere le sfumature di uno stile egregio, asciutto e lancinante (in questo senso l’assenza di sottotitoli nei live show del 2013 non ha aiutato).

L’album è costituito da una sola lunga traccia: richiedendo impegno e concentrazione, viene imposto un ascolto continuativo per più di un’ora, senza possibilità di scorciatoie. Tuttavia l’opera è costruita attraverso una serie di sequenze distinte, ognuna trovando centro di gravità in uno dei dieci poemi (Wintersleep, The Wall, The Peyote Journal Breaks Off, Dead Seagull, Blade, Transfusion, Imago, Nude with Handgun and Rosary, Song). I recitativi, sempre integrati con la musica, vanno dalla trentina di secondi ai quasi cinque minuti: non predominano nella distribuzione temporale (in tutto meno di diciotto dei sessantaquattro minuti totali sono occupati dalla voce di Wright) ma pervadono l’insieme e ne determinano il mood complessivo.

L’incipit è folgorante, scritto da un Webern vissuto cent’anni dopo se stesso: il pianoforte, trattato con glitch elettronici e ispessito da frequenze altissime e altri suoni/rumori elettroacustici, traccia minime direzioni atonali. A 1’47” entra la voce letargica/lisergica di Wright, ed è una soffice pugnalata. La chitarra supereffettata di Fennesz chiude il primo movimento ripetendo due accordi larghi e romantici. Nello sviluppo dei movimenti il pianoforte, sia nei loop di Sylvian che nelle frasi di Tilbury, è lo strumento più presente, mentre gli interventi di Fennesz sono più chirurgici. Ma all’atmosfera di costante tensione, di sospensione sognante che domina l’opera contribuiscono anche i sample di archi, percussioni ed altre venature di noise elettronici e organici. La musica affastella orchestrazioni dissonanti, droni à la Brian Eno, squarci di eteree melodie. Ogni tanto riemergono memorie ambient (i lavori con Holger Czukay di fine anni ottanta, persino il celestiale secondo disco di Gone To Earth, dove la voce di Joseph Beuys in The Healing Place ricorda vagamente quella di Wright). Un riferimento più recente è al compositore giapponese, ma residente a Londra, Dai Fujikura, con il quale Sylvian ha collaborato per Died In The Wool. Poco oltre la metà compare l’unico campione vocale estraneo: i versi dell’antico poeta cinese Tao Yuan Ming (“Beneath the Eastern hedge I choose a chrysanthemum, And my gaze wanders slowly to the Southern hills”). Per il finale, Sylvian sceglie di sottolineare l’ultimo poema in prosa, Song, letto da Wright con particolare emozione, con un quartetto d’archi romanticamente mahleriano (“Nobody’s alone, God is alone. If you liked being born, you’ll love dying“). Un album importante, da ascoltare e riascoltare, da leggere e rileggere.

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