Recensioni

David Ragghianti è il tipico cantautore che forse non notereste in mezzo a miriadi di altri suoi simili. Non è uno dalla pronuncia sboccata, non ha idee musicali particolarmente innovative, non vive di immagine e di dichiarazioni ad effetto; è invece un buon artigiano della parola, un instancabile cultore del verso rotondo e cortese, capace di racchiudere in nove tracce dall’andatura placida e rassicurante una naturalezza che non è mai ovvietà.
Se riuscite a superare l’ostacolo di una copertina non esattamente invitante – ma efficace nel definire i colori basici dello stile musicale del disco – troverete all’interno un taglio narrativo lineare che tuttavia nasconde cadenze poetiche non da tutti. Si ascolti, a titolo d’esempio, una Tema del filo che da sola vale tutto l’album o l’iniziale I prati che cercavo. Il vestito cucito addosso ai brani di Ragghianti dal produttore Giuliano Dottori è minimale e rispettoso, tra chitarre acustiche, qualche ritmo in levare e un mood che potrebbe essere ricondotto a una sintesi piuttosto personale dell’immaginario di De André e Fossati.
Non fatevi ingannare dal flusso sonoro lubrificato e, da un certo punto di vista, non troppo sorprendente di questo esordio: le qualità del Nostro vanno ricercate in quella grana di significati nascosti tra le righe, negli a capo eleganti e in accostamenti di parole mai usati a casaccio. Ci vorrebbe solo un po’ più di coraggio per valorizzare ulteriormente l’espressionismo musicale dello stile, alla ricerca di un’empatia che, per forza di cose, non può vivere solo di perfezionismo e ortodossia, ma anche di momenti indimenticabili.
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