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7.4

Il panorama della musica elettronica da ballare e della club culture più in generale è sempre stato visto dai detrattori come il regno dell’escapismo, della superficialità di contenuti e dell’egomania. Un grottesco ed inutile carrozzone delle vanità, per dirla in parole povere. Ed alla luce di come il tutto si è evoluto nel corso degli anni, verrebbe quasi voglia di ragione a quanti hanno sempre espresso queste critiche. Ad ogni buon conto, eccezioni ed esempi illuminati (ed illuminanti) ci sono sempre stati e ci sono ancora. Come è nel caso del dj, produttore e compositore di colonne sonore David Holmes.

Classe 1969, nato a Belfast, Holmes ha diverse vite artistiche alle spalle, un bagaglio di esperienze che lo hanno sempre visto elevarsi ben al di sopra della massa e che ne fanno uno dei protagonisti più eruditi, riflessivi e sensibili dell’intera scena elettronica e ma non solo di quella; tanto da farlo diventare produttore di fiducia per Primal Scream, Noel Gallagher e Sinéad O’Connor, solo per citarne alcuni.

Dai primi anni ’90, con classici come De Niro, firmato assieme a Ashley Beedle e Lindsay Edwards con lo pseudonimo di The Disco Evangelists passando per album solistici come This Films Crap Lets Slash The Seats e Lets Get Killed per arrivare ad una fortunata carriera di curatore di soundtrack per pellicole di grande successo come Analyze That, Out of Sight, Ocean’s Eleven e rispettivi sequel – consolidando un sodalizio artistico con il regista Steven Soderbergh che si protrae da anni – Holmes ha dimostrato una particolare fascinazione per le atmosfere cinematiche e per un tipo di visione musicale dalle finalità descrittive e narrative. Da qui l’uso di sample da colonne sonore famose e citazioni cinematografiche varie – la già citata De Niro campionava Cockeye’s Song di Ennio Morricone tratta da Once Upon a Time in America – di spoken word e field recording ed ancora espedienti di scrittura e di arrangiamento che hanno più a che spartire con la musica composta per immagini che con quella prodotta per le piste da ballo.

Un altro buon esempio in questo senso è il suo nuovo album Blind On A Galloping Horse, che già dal evocativo titolo riesce a riassumere, descrivendolo in maniera vivida, il carattere urgentemente drammatico delle sue tematiche ed il taglio quasi cinematografico del suo arco narrativo. Esce a distanza di tre lustri da The Holy Pictures, il suo ultimo lavoro discografico in veste solista, ed è scritto, prodotto e arrangiato dall’irlandese in collaborazione con la vocalist Raven Violet e contiene versioni aggiornate dei singoli Hope Is The Last Thing To Die e It’s Over If We Run Out Of Love, già pubblicati in precedenza, oltre a I Laugh Myself To Sleep, un brano inedito del defunto amico di Holmes, Andrew Weatherall.

Nel corso di quattordici tracce Holmes riflette sul sempre più precario stato delle cose a livello globale, facendo diretto riferimento ai focolai di guerra e violenza innescati negli ultimi anni a varie latitudini – dall’Afghanistan all’Ucraina alla Palestina – ed alla sempre più critica ed instabile situazione politica e sociale del mondo occidentale, riuscendo nel contempo a descrivere efficacemente le ripercussioni che tutto questo ha sulla psiche di chi è costretto ad essere testimone impotente di questa spirale negativa senza apparente via d’uscita. Ciechi su un cavallo al galoppo appunto.

Holmes si avvale di un tessuto sonoro elettronico denso e volutamente sporco, dal carattere caldo, analogico e vintage – una delle sue specialità e marchi di fabbrica distintivi nel corso degli anni – creando un mosaico retro-nuevo di synth-wave-pop a cui si giustappone carismatica la voce di Raven Violet – figlia di Jade Vincent e Keefus Ciancia, con cui lo stesso Holmes ha fondato la band Unloved – che è anche autrice degli stimolanti e provocatori testi.

Agitprop 13, Tyranny of the Talentless ed Emotionally Clear affrontano con atteggiamento ribelle e parole dure i responsabili del degrado sociale, politico e culturale di cui siamo giornalmente tutti testimoni. Necessary Genius è un esortazione ad affidare le nostre speranze nei sognatori, negli insubordinati, nei diversi, negli emarginati, nei geni “sbagliati”: da John Coltrane e Nina Simone alla già citata Sinéad O’Connor. Ed è proprio in questo che risiede la gran forza dell’album; quello che nelle mani di artisti meno capaci sarebbe potuto risultare insopportabilmente claustrofobico, cupo e di difficile digeribilità offre invece continui spunti di riflessione che non sfociano inevitabilmente in disperante negatività, ma anzi, riescono ad ottenere l’effetto opposto, diventando euforici ed euforizzanti inni di resistenza da portare avanti ad ogni costo. I Laugh Myself to Sleep e Stop Apologising sono ulteriori inviti ad assumersi le proprie responsabilità, prendere controllo della propria esistenza e della propria salute mentale, in tempi di psicosi e follie collettive. E Hope Is The Last Thing To Die e It’s Over, If We Run Out Of Love mettono le cose in chiaro, ancora una volte, se ce ne fosse bisogno. La speranza sarà pure l’ultima a morire, ma se non abbiamo più amore, è veramente finita.

Realistico senza voler arrendersi al compiacimento apocalittico di molti suoi colleghi, con queste quattordici tracce Holmes – guidato da Raven Violet in veste di musa ispiratrice – si ostina a cercare ancora un barlume di speranza in un futuro che di giorno in giorno diventa sempre più cupo. E, anche se solo per qualche momento, è bello poter credere insieme a lui che un cambiamento radicale in positivo sia ancora possibile.

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