Recensioni

Il cinema è una forma d’arte che ha tra i suoi possibili usi quello dell’elaborazione simbolica di qualcosa di scomodo da “tirare fuori”, che sia una particolare tematica, un fastidio intimo o un trauma più o meno personale. Per dirla con una frase: “rendere comunicabile l’incomunicabile”. Tra i cineasti gloriosi più avanti con l’età questo particolare prurito è, ovviamente, la fine, intesa come fine della carriera, fine di un mondo, di una realtà. Fine in senso lato. In ogni caso la morte di qualcosa. Qualcuno più importante di chi scrive ha definito il cinema un luogo di fantasmi più che di proiezioni.
David Cronenberg ha cominciato a parlare della morte più esplicitamente nel 2021, anno dell’uscita del cortometraggio The Death of David Cronenberg, dopo diverso tempo passato lontano dalle scene, perché colpito, con tutta probabilità, dalla morte della moglie con cui aveva diviso 40 anni di vita. Essendo però Cronenberg Cronenberg il suo approccio non aveva nulla a che vedere con la spiritualità, con la vita dopo la fine o con l’affrontare un lutto, anzi, la sua era più un’idea di accettazione tramite l’osservazione del corpo defunto. La (nuova) carne che sopravvive alla fine della vita.

The Shrouds – Segreti Sepolti, ancora più che Crimes of the future, nasce sull’onda lunga del lavoro che lo ha riportato nel mondo audiovisivo. La trama ruota tutta intorno alla figura di Karsh (interpretato da Vincent Cassel), alter ego del regista in tutto a per tutto (a partire dalla punta dei capelli), un imprenditore di cimiteri digitali, che permettono, tramite una comodissima app, di visionare il corpo dei loro cari defunti grazie a dei sudari altamente tecnologici (di fabbricazione cinese) in cui vengono riposti prima della sepoltura. Un’idea di attività che al nostro viene in mente, guarda il caso, dopo aver perso la moglie Becca (Diane Kruger) a seguito di una lunga malattia che l’aveva vista addirittura sezionata da parte dei medici nel tentativo di salvarla. Più o meno.
La pellicola è un giallo, un genere notoriamente molto caro al cineasta canadese, che parte quando alcune delle tombe del protagonista, tra cui quella della donna amata, vengono profanate da dei misteriosi assalitori. Su questo innesco viene montato un tourbillon cospirazionista all’interno del quale prendono forma varie visioni della povera Becca, tra incubi notturni, le fattezze di un AI pensata per assistere Karsh e la gemella della donna, con la quale le pulsioni sessuali a lungo sopite nel vedovo tornano a farsi vive.

Lo spettatore è portato all’interno di un piccolo e autoironico mausoleo del cinema cronenberghiano in cui si riaffermano una volta di più le possibili relazioni tra la carnalità e la tecnologia, in questo caso puramente digitale, nelle quali il cinema è visto come un media puramente voyeuristico, quindi senza nessun vezzo analitico o rivelatorio. La natura apparentemente irrisolta del film sta nella divisione di piani che c’è sempre tra vita e morte. Divisione affermata dalla natura dei fantasmi che si evocano, frutto di un pensiero che proviene solo da chi respira e nulla hanno a che fare dunque con chi viene richiamato. Un concetto incredibilmente freudiano.
Tutto ciò che quindi rientra nella formulazione di pensiero su una qualsivoglia concettualizzazione della morte rimane teorico e, in fin dei conti, inutile se non per un’eccitazione del momento. Più o meno come il pensiero cospirazionista. Probabilmente per questo The Shrouds – Segreti Sepolti risulta essere scostante, ondivago e apparentemente insoluto: si tratta di un film che ricalca un ragionamento estremamente intimo. La sua struttura è costruita secondo blocchi che di volta in volta distruggono l’impalcatura precedente, scheletro tipico di una grande letteratura melò tra l’altro, indi per cui di sperimentale nell’approccio non c’è granché, ma Cronenberg, essendo Cronenberg, riesce sempre ad accedere a delle complessità in cui non si deve mai dare nulla di scontato.

Il suo è un film che destruttura il pensiero di una possibile rappresentazione spirituale dell’umano, persino oltre la morte, quindi completamente coerente con una filmografia che denuncia l’incapacità del Dio profano della tecnologia di redimerci. Ognuna delle pellicola del cineasta canadese affronta in qualche modo la mutazione attraverso l’alterazione o l’innesto del corpo come processi che conducono al post-umano, qualcosa che non prevede un’ascensione di qualche tipo.
L’umano è possibile solo nella carne, anche dopo la morte. Qualsiasi altra vita in qualsiasi altra forma (quindi anche nel cinema) non è che una copia. Il ruolo dell’arte, come mette straordinariamente a fuoco la pellicola precedente di Cronenberg, è quello di affrontare questo grande limite, tornando all’idea che anche il dolore è possibile avvertirlo solo su di sé (o dentro di sé). L’elaborazione del lutto è più possibile in un mal di denti che in una sala cinematografica.
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