Recensioni

Un David in gran forma, non c’è che dire. Vestito completamente di bianco, come i suoi ballerini, brizzolato ma asciutto, pronto a far parte delle coreografie con quei passi appena appena spastici che tutti abbiamo visto nei filmati d’antan, se non – per i più fortunati – dal vivo quando i Talking Heads esistevano ancora.
Un David sorridente e consapevole del bagaglio di musica cui può attingere, ma forse meno attento nell’evitare che l’ultima sua estetica, l’ultima sua passione, fagociti tutto il resto. Ci può essere una volontà dietro a tutto questo, ma non da come mi è parso di vedere durante il lungo concerto di Ferrara Sotto le Stelle (due ore abbondanti, compresi quattro bis, secondo un meccanismo francamente snervante).
Oggi la musica di David ha il gospel dentro di sé, nelle armonie, nella delicatezza solare, nell’assenza di negatività e nel depennamento dell’elemento grottesco. Neanche la voce del protagonista ha più quelle piccole psicosi o micro-epilessie che l’hanno resa così fondamentale per tutta la new wave. Si parlerebbe di normalizzazione. E parliamone.
David pesca per la serata da tutto il repertorio, ovviamente partendo dall’ultimo album con Brian Eno, ma pigliando pure qualche momento di My Life In The Bush Of Ghosts, risalendo persino a Fear Of Music e a More Songs About Buildings And Food. Il funk – cognato del gospel, quanto meno per estrazione sociale di partenza – scorre nelle vene di tutti i presenti (batterista e percussionista, bassista, la sei corde di Byrne, le coriste e i tre corpi del corpo di ballo), e lo fa con una disinvoltura che non ci stupisce, dato il curriculum di chi abbiamo davanti.
Il grande assente della serata è però il poliritmo etnico che, specie nella prima collaborazione con Brian e in Fear Of Music, aveva un peso decisivo. Ne risulta una I Zimbra scoppiettante ma per niente schizzata e una ricerca etnica passata del tutto in secondo piano (anche in vecchi brani nati da quelle attenzioni).
Quel calore una volta tutto tecnologico s’appiattisce sul facile tepore del gospel per la cui passione in realtà David ha dato dei segnali in tutta la sua carriera. E lo show lo palesa con una naturalezza imbarazzante: pensate a Road To Nowhere, singolone di Little Creatures, come ad altri mille pezzi con voci femminili e corpose, basta un attimo per dare la connotazione corale. Basta un niente per dar loro the light of god.
La ciliegina, non me ne vogliate, sono i tre ragazzi che ballano sul palco (scuola informale New York e divertimento contagioso), ballerini che fanno pensare a un David organizza show e confeziona prodotti impeccabilmente organizzati (per quanto poco urlati). Una volta si parlava di “art”, ora di show. E noi consumatori post scuola di Francoforte, senza retoriche, consumiamo sapendo di consumare, consapevoli che il grande vecchio non può continuare a fare lo psycho killer a vita…
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