Recensioni

Attesissimo, catartico, invaso da lividi, preghiere e amarezza. Il terzo LP di Dave, The Boy Who Played the Harp, sbarca finalmente dopo quattro anni di attesa (We’re All Alone In This Together risale al 2021), al termine di un periodo di bolle, spinosi interrogativi e battaglie personali che lo hanno visto sprofondare e riemergere più e più volte. Ed è un disco che, più dei precedenti, suona intimo e incazzato – anche e soprattutto con il suo stesso creatore -, dove l’atmosfera lugubre e inquieta di Psychodrama prende forme più auliche e universali, in un sapiente gioco di espansione e trascendenza dei tipici temi del nostro (violenza di genere, salute mentale, pressione, vizi e radici culturali); un luogo dove la malia del peccato incontra la ricerca di redenzione, dove il vizio umano si intreccia con lo spiritualismo e si apre verso nuovi orizzonti.
A differenza dell’ultimo lavoro, il rapper londinese sacrifica un po’ di eterogeneità per assumere le forme più minimaliste e narrative, navigando verso derive sonore (in parte autoprodotte) sempre più crepuscolari e malinconiche – talvolta prog, sofisticate e mutevoli (History), altre volte essenziali e drumless (Selfish, My 27th Birthday, Fairchild) – , toccando, di tanto in tanto, un pop da camera con tendenze afro (Raindance), un lo-fi semplice ma efficace (Chapter 16), e istanze più melodiche a trasformare l’atmosfera (Marvellous, No Weapons). Un processo di generale svuotamento e scarnificazione che dà spazio alla parola e ne accresce il potere narrativo e terapeutico: In Fairchild Dave chiama la nuova promessa Nicole Blakk per raccontare la violenza di genere e i terrori femminili in un crescendo emotivo spiazzante e da brividi. Selfish e Chapter 16 invece (quest’ultima con una storica conversazione in rime tra Dave e l’idolo Kano) sono interrogativi autocritici sull’ipocrisia, le pressioni sociali e gli ostacoli dell’industria musicale, mentre Marvellous denuncia puntualmente il degrado e la violenza della “ghetto mentality”. E se Raindance e No Weapons si concedono un po’ di rilassamento, My 27th Birdthday, History e The Boy Who Played The Harp raggiungono un livello di indiscutibile poesia e rara lucidità espressiva.
The Boy Who Played The Harp riesce a condensare in dieci cartoline lo stato mentale di un uomo che comincia ad accusare i ritmi dello showbiz e della società di oggi: chiuso, riflessivo, insicuro, annebbiato, in cerca di catarsi e perdono. Un uomo che non sa più in che ruolo gioca (“Hero and villain, I’m playing both in the script”, ammette in My 27th Birthday), e che insegue ossessivamente delle risposte: non è un caso che Dave si appelli spesso ad altri, a Dio, ai suoi idoli, ai suoi “ancestors” o a sé stesso, per trovare la via e sfuggire dai propri demoni. In questo diario tagliente e toccante, lo accompagnano i migliori interpreti della musica britannica (James Blake e Tems, la stella nascente Jim Legxacy e il paladino old school Kano, in un romanticissimo passaggio di testimone), facendo sì che non sia solo un manifesto individuale, ma anche una mappa di quello che la nazione può offrire musicalmente.
In qualche modo Dave innalza ulteriormente il suo potere conscious, creando un lavoro che forse non supera la maestria del suo debutto, ma certamente ci arriva vicino. Poesia, rime e musica convergono ancora una volta in uno dei dischi più profondi dell’anno.
Amazon
