Recensioni

6.8

Sono passati quasi due anni dallo scioglimento dei Darkside, ma non si può certo dire che i suoi due protagonisti siano rimasti con le mani in mano. Se Nicolas Jaar torna di tanto in tanto in pista con qualche staffilata (tracce dedicate al Cile durante l’avventura ai Mondiali, colonne sonore, il side project Just Friend, l’album Pomegranates, la serie di 12” Nymphs, remix, produzioni varie e chi più ne ha più ne metta), Dave Harrington ha lavorato in gran segreto al suo primo album solista Become Alive. Più che un’opera in solitaria, il disco rappresenta, a detta dello stesso Harrington, il lavoro svolto assieme ad alcuni dei colleghi preferiti e amici più stretti, da cui deriva appunto il Dave Harrington Group. Accanto a lui, in produzione, il buon Jaar.

Become Alive ridipinge le prime esperienze musicali del chitarrista di Brooklyn, cresciuto artisticamente nella vivida e fertile New York del jazz a cavallo tra i Novanta e il nuovo millennio all’interno di locali come Knitting Factory e Tonic. Il disco pare essere infatti il risultato della jam improvvisata di un ensemble fuoriuscita da una cantina dismessa, tra nuvole di fumo e polvere, materiale che sarebbe stato certamente appetibile per il Late Night Tales di Nils Frahm. Harrington punta tutto sul potere evocativo dei rumori lancinanti assemblati all’interno delle cupe texture, tra chitarre Gilmouriane, reminescenze Pink Floyd e a sentir bene anche frammenti del primissimo Battiato (Spectrum), mescolati a un cupo e liquido free jazz, ambient noise, claustrofobici scenari industrial, schegge elettroniche, tappeti dilatati ma anche inaspettati episodi malinconici e sognanti – benché riusciti – fuori contesto (All I Can Do).

Il riassunto è tutto nella title track: ritmi spezzati, progressioni incoerenti, suoni e strumenti – sax, flauti, sassofoni, ecc. – che nel caos si perdono per poi ritrovarsi, completandosi e autodistruggendosi. Il disco ha un solo difetto che tuttavia non pregiudica la sua riuscita ma pone comunque dei freni: la mancanza di un filo conduttore, con un Harrington che – nonostante una produzione curata, anche troppo – spesso sembra non sapere dove andare a parare. Un senso di smarrimento continuo che pervade i tre quarti d’ora d’ascolto, durante i quali il rischio è quello di perdersi senza neanche conoscere la meta da raggiungere.

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