Daughter
Daughter, foto di Marika Kochiashvili (2023)

La stereofonia emotiva dei Daughter. La nostra intervista

Gli scorsi album parlavano di fantasmi, Stereo Mind Game di persone. È questo il biglietto da visita del nuovo album dei Daughter e la sintesi della chiacchierata con Igor Haefeli, chitarrista di un trio che vede Remi Aguilella alla batteria e la cantante di origini italo-irlandesi Elena Tonra. Il terzo lavoro in studio della band arriva a dieci anni esatti dall’album di debutto, If You Leave, che era atteso sin dal lontano 2011, quando in rete circolava un video che sovrapponeva un brano meraviglioso come Youth su di un fermo immagine inquietante che rimbalzava su Tumblr. Oggi più di 200 milioni di persone hanno ascoltato il brano dei Daughter caricato su YouTube dall’utente Ines K.

Haefeli reagisce a questo mio ricordo personale con un sincero e spontaneo “pazzesco!”. Comincia così un avanti e indietro nel tempo per parlare di com’è cambiato tutto in questo decennio e, soprattutto, come siamo arrivati a Stereo Mind Game. L’album, già dal titolo, sembra voler abbracciare chi ascolta e, allo stesso tempo, dà la sensazione di un lavoro concepito su più strati sonori e concettuali. Haefeli comincia raccontando che il titolo si riferisce a uno dei versi nel disco e prosegue: “Il concetto di ‘stereo’ suggerisce l’idea di un sentimento che ci circonda, ma, in un senso più tecnico; possiamo intendere left e right come due porte, due punti di accesso alla stessa emozione. Ma, ancora, può significare la difficoltà di comprendere come stai davvero quando provi emozioni contrastanti nello stesso momento”.

 

Nel nuovo album dei Daughter il classico suono del trio è ibridato con sfumature jazz e un’elettronica che spesso emerge come mai in precedenza. Be On You Way, con i suoi potenti bassi e numerosi sample, è il brano che sintetizza tutto ciò. Per il chitarrista è “il ponte che unisce i precedenti lavori con Stereo Mind Game, uno dei brani chiave dell’album e dei suoi punti più alti in termini di dimensione epica sonora”. Ma il miglior pregio del disco è la simultaneità con cui emozioni e riferimenti sono messi sul piatto. Infatti, Party ha un sapore anni Novanta che contrasta con gli abissi digitali del brano sopracitato. Haefeli si concentra proprio su questa sequenza di canzoni: “Abbiamo lavorato parecchio sulla tracklist, pensando al disco come si faceva un tempo. Quando abbiamo riascoltato tutto a ogni passaggio ci chiedevamo ‘e questo? Cosa c’entra?’. È una sensazione da Ritorno al futuro, ma funziona. Tutto questo è anche merito del lavoro sulla colonna sonora del videogioco Life Is Strange: Before the Storm, che ci ha insegnato ad avere un approccio alla musica più libero e spontaneo”.

Stereo Mind Game è un disco forgiato nel concetto di presenza e distanza. È stato scritto in parte durante il tour di supporto ai National, ma ha preso forma con il trio dislocato in varie parti del mondo. Una condizione, quella della lontananza, acutizzata successivamente dalla pandemia e vissuta soprattutto nei confronti degli affetti cari. “È stata una sensazione costante”, afferma Haefeli, che spiega: “Grazie alla possibilità della connessione – videochiamate, call e roba del genere – è come se ci fossimo abituati a una ‘presenza fittizia’ che quando diventa reale ci fa capire cosa significa condividere davvero un momento insieme ad altre persone”.

Sarà anche per questo motivo che l’intimismo a cui abbiamo da sempre associato i Daughter raggiunge in Stereo Mind Game una dimensione ancora più profonda. In un’epoca in cui i sample sono usati in quantità industriale, il trio britannico sceglie di tappezzare il suo album di memo vocali, parole, suoni ambientali e raggiunge il suo apice nella toccante (Missed Calls), dove voci campionate e archi s’intrecciano in un brano allo stesso tempo emozionante e straniante. Racconta Haefeli: “Avevamo praticamente finito il disco e abbiamo ascoltato quel pezzo nell’impianto. È stato incredibile con quelle voci che ti arrivavano da destra, sinistra, alle spalle. Mi piace, poi, che in quel brano ci siano più che altro gli altri, non noi. È ancora più emozionante”. A bilanciare questo momento toccante, c’è Junkmail, un “collage” che spinge sull’elettronica.

Un altro punto focale di questo album è legato alle voci, non solo perché Haefeli in più di un brano canta in piena presenza, ma anche perché l’angelica malinconia di Elena Tonra tocca vette incredibili, come in Neptune. “Ottenuta in una sola take, con lei in evidente stato di grazia” aggiunge il mio interlocutore. A proposito di momenti perfetti in Stereo Mind Game, To Rage ne è uno splendido esempio con i suoi versi iniziali: “Where were you going? In deep? Where were you though when we needed you most?”. Haefeli la paragona a un fiume e ritrova il suo dinamismo nel fatto che è stata la prima a essere missata per il disco.

Torniamo, quindi, al decennio scorso. Racconto a Haefeli di come ho scoperto i Daughter attraverso il video online, di quanto rimasi ammaliato da quella semplicità vellutata e lui continua: “Youth è il classico brano che suona da Dio pur avendo praticamente voce, chitarra e batteria anonime. Il suo pregio risiede piuttosto nel come l’emozione è veicolata. Col tempo siamo diventati sempre più strutturati, ma continuiamo a cercare un riverbero di quel pregio in quello che facciamo”. Sembra proprio che in Stereo Mind Game la ricerca sia andata a buon fine.

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