Recensioni

Da mesi, ormai, non si fa altro che ricordare i fischi che Darren Aronofsky si è beccato al Festival di Venezia. Bisognerebbe spiegare come mai. Forse perchè, con solo due pellicole – il kafkiano Il teorema del delirio e l’anfetamico Requiem For A Dream, cinema nuovissimo e sorprendente – Aronofsky era riuscito subito ad imporsi all’attenzione mondiale. Forse perchè quei film non erano né semplici, né convenzionali. Forse perchè a volte il cinema fa a meno dei giudizi dei critici, e si diffonde come un contagio presso il grande pubblico.
Forse perchè il suo nome era diventato molto più che un nome: un’auradorata. Forse perchè è umano, troppo umano, gridare al genio, aiutare qualcuno a scalare le ripide pareti del consenso, e poi spingere giù nel burrone il malcapitato al primo passo falso – del resto, un classico nella storia del cinema: basti ricordare il caso sfortunato diDune, il terzo film di Lynch. Eppure, sebbeneL’albero della vita sia un film costruito male, a tratti incomprensibile, alla moda, come molto cinema contemporaneo – è facile rintracciare la proliferazione delle linee narrative, la ricorsività del tempo, i salti spazio-temporali, l’eliminazione dei raccordi, l’astuzia della storia nella storia, il gioco di rime e rimandi tra una storia e l’altra – non è un film inutile. Il perchè è presto detto.
Il film racconta qualcosa di profondamente umano: la ricerca di una cura contro la morte, la pazienza e il delirioche ci vogliono solo per pensare che una cosa del genere sia possibile. Ora, oltre ad essere un tema parecchio abusato sia al cinema che in letteratura, la ricerca dell’Elisir di lunga vita, o della Fontana della Giovinezza, è una costante che ha attraversato tutte le epoche e tutte le culture. Non esiste latitudine, né tempo, che non abbia custodito, con simbologie e forme narrative differenti, un particolare mito dell’immortalità. E Aronofsky, consapevole come pochi registi, con un taglio decisamente antropologico, più che un film sembra costruire un piccolo saggio – un catalogo ragionato del mito dell’immortalità che elenca, e lega tra di loro, tutte le grandi derivazioni che sgorgano da quel mito: le religioni (quella cristiana, buddista, lo spiritualismo del tai-chi), la scienza (quella al limite tra ingegneria genetica e cura delle malattie), le arti del racconto (il cinema, la letteratura).
Insomma, L’albero della vita, più che un film new age, è un’opera ambiziosamente sincretica e del tutto post-moderna. È un limpidissimo esempio di un cinema molteplice e stratificato, che carica per eccesso le simbologie, con il compito di rendere evidente la complessità, la molteplicità – ma anche, la confusione – dei tempi in cui viviamo, dove tutto appare contemporaneo e contraddittorio, dove non ci sono limiti, ma continui sconfinamenti di campo. Molto più di Babel, questo film mostra la globalizzazione dei miti e dà conto della loro circolazione, del loro intreccio: per questo non poteva che risultare sconclusionato.
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