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Per molti il wrestling non è nemmeno ascrivibile alla categoria dello sport. Puro show business costruito sugli istinti bassi della cultura americana, o per dirla in modo più elegante, moderno colosseo pop-corn dove finti gladiatori fanno finta di darsele di buona ragione. Forse anche per questa sua natura impura il wrestling al cinema è un tema assai poco praticato. Il periodo d’oro è quello degli anni ’80. Dalle macerie di quella decade riescono a tirarsi fuori in pochi. In quegli anni Hulk Hogan diventa un simbolo dello spettacolo U.S.A. e getta come i videoclip di Madonna e George Michael, come la pepsi e Michael Jackson. Hogan fa in tempo anche ad avere un suo minimo percorso cinematografico. Dà una mano a Mr.T contro Stallone in Rocky 3, poi lo avvistiamo in film di cassetta che vanno dritti nel mercato home video. Robe con alieni, commedie demenziali e via di questo passo. Altrimenti il wrestler che meglio ha fatto al cinema è quel Roddy Piper messo da John Carpenter contro l’invasione aliena in Essi Vivono e presto caduto, anche lui, nella trappola della serie B. Il film di Darren Aronofsky fa i conti anche con questi esempi di vita, così come con i casi eclatanti di morti illustri del settore: Chris Benoit, Owen Hart, il recentissimo caso di Test. Non ultimo, questo film si pone per forza di cose il problema di rappresentare ancora una volta, al cinema, lo slancio e la caduta dell’atleta, quando gli anni sono diventati troppi e il corpo non ce la fa più. 

Sotto questo punto di vista, il pugilato è lo sport cinematografico per eccellenza, da Robert Wise a Stallone passando per Martin Scorsese. Cinema sportivo con una lente socioesistenziale. Un modo per narrare dei vinti e mettere in campo tutte gli stratagemmi retorici del melodramma. E’ a questo punto che il film di Aronofsky evita per un pelo (e non sempre) l’aria viziata del già visto e si salda in un tutt’uno con il suo protagonista, un altro residuato bellico degli eighties: Mickey Rourke. Pare che quest’ultimo abbia collaborato per più di qualche riga anche alla sceneggiatura e c’è da crederci. Quando a Venezia Wim Wenders si è lamentato per le assurde regole del concorso che impediscono di dare contemporaneamente un premio sia al film che al suo protagonista, ha implicitamente ammesso che il film è il suo protagonista e niente più. Da un punto di vista strettamente registico facciamo in tempo ad osservare un Aronofsky in crescita rispetto al disastro di L'albero della vita, con uno stile che si sta lentamente asciugando di tutti i precedenti virtuosismi videoclip da cinema giovanil-indie. Non che si potesse scegliere un registro diverso per un film classico come questo, ma per la storia di “The Ram” non dobbiamo sorbirci gli iperrealistici effetti con tanto di split screen De Palmiani di Requiem For A Dream. Il film a questo punto diventa puro Mickey Rourke. Sulla spiaggia, in lacrime, davanti ad una figlia che non lo riconosce più come padre (una bravissima Evan Rachel Wood) narra il manifesto di se stesso, come “pura carne putrefatta” con addosso i morsi della solitudine. 

Il film è quindi un dramma esistenziale per un uomo che non riesce ad uscire vivo dagli anni ’80, perché totalmente ancorato al suo passato ai suoi anni giovani. La misura della distanza rispetto all’oggi è anche la colonna sonora del film tutta a base di glam metal (Cinderella, Motley Crue)… con un battuta che resterà negli annali: “Quel frocetto di Cobain… non ho mai potuto digerire quella roba anni ’90. Noi volevamo soltanto divertirci…”. The Ram per fuggire alla solitudine, da un mondo che lo relega ad un marginale angolo in una salumeria cerca la compagnia di una spogliarellista (una Marisa Tomei, ancora una volta da Oscar…) per chiudere tutto sulle note di Sweet Child O’ Mine dei Gun’s N’ Roses. Alla fine c’è sempre qualcuno che ci rimane sotto.

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