Recensioni

6.5

L’ultimo Foam Island non è che avesse lasciato sensazioni proprio esaltanti in merito al futuro dei Darkstar. Classe e talento sempre presenti e ben palpabili, ma annacquati in una scaletta dispersiva e molto sfocata, tutta votata a sostenere un’impalcatura sociologica (e non viceversa) che dava l’impressione di essere stata buttata lì un po’ a casaccio per mascherare la penuria di idee. Questo Civic Jams invece raddrizza decisamente il tiro: via ghost track e intermezzi parlati vari, e spazio ai pezzi. La tracklist è sempre e comunque votata alla sintesi – 9 brani per meno di 40 minuti – e va benissimo così. 

È un disco che rende evidente come il duo sia molto più efficace nel restituire un sentire (anche) sociale, lasciando parlare la propria musica, anziché perdersi in didascalie documentaristiche. In questo senso, la resa di un UK post-Brexit e di tutto il corollario della sua working-classs disagiata (per citare Ventura) è riuscita. Ormai è chiaro che i Darkstar potrebbero verosimilmente non diventare mai i proverbiali pezzi da Novanta che quel caro vecchio North aveva fatto sperare; eppure sembrano aver trovato qui – a cavallo tra i Pet Shop Boys più mesti e i Radiohead di Amnesiac, ma mettiamoci pure anche un certo sentire à la Boards of Canada e warperie varie – il loro giusto equilibrio. 

Certo, l’ascolto non è vivacissimo (con loro non lo è mai stato), nel senso che quando indovinano una melodia la reiterano in loop sostanzialmente immutata per tutto il pezzo (1001). Anche quando le idee buone sono più di una all’interno della stessa canzone, restano comunque incastonate in quella uggiosa malinconia che sembra schivare qualsiasi tipo di guizzo come il Demonio (Loon). È un disco di stati pensosi e non di sussulti, dove abbondano atmosfere da post-rave e retaggi 2-step di un Burial più piovoso e meno scuro (Tuesday), e dove (a differenza del precedente) manca il pezzone super pop come Foam Island. Ma, nella sua compattezza, si lascia ascoltare più che volentieri. Dopo lo scivolino precedente, è già abbastanza.

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