Recensioni

Otto anni. Un lasso di tempo sufficiente a stravolgere vite personali, alterare lo status quo, attuare trasformazioni quasi irreversibili. Otto sono anche gli anni che intercorrono fra Psychic e Spiral, il debutto e il tanto atteso seguito dei Darkside, al secolo Nicolas Jaar – multiforme artista elettronico e visivo – e Dave Harrington – polistrumentista, qui nelle vesti di chitarrista. Era il 2013 quando usciva il loro debut, e il panorama musicale era sostanzialmente diverso. Il mainstream non era ancora invaso dall’ondata trap, men che meno da quella reggaeton. Il periodo d’oro delle band indie rock tutte skinny jeans, barbe lunghe, e camicie in flanella era sul viale del tramonto, mentre la musica elettronica aveva da qualche anno sfondato il muro del mercato pop nella sua forma edulcorata e sotto steroidi più o meno nota come EDM (quella dei tormentoni con la firma di David Guetta, per intenderci).
E qui entra in gioco Nicolas Jaar, all’epoca poco più che ventenne enfant prodige dell’elettronica reduce dal successo di pubblico e critica riscosso da Space is only noise. Durante il tour per la promozione dell’album, pubblicato nel 2011, Jaar è accompagnato dai musicisti Will Epstein e Dave Harrington. È con quest’ultimo che viene a crearsi un’intesa particolare, che sfocia in jam session in cui i due musicisti si lasciano andare a passioni sonore di vecchia data e a flussi sonori in cui l’elettronica e la voce di Jaar incontrano la chitarra di Harrington, dando vita ai Darkside. Psychic riusciva ad operare una sintesi di elettronica e psichedelia, risultando appetibile ai fan di entrambi i generi e tenendosi in equilibrio sulla linea di confine tra accessibilità e sperimentazione.
Otto anni dopo, quando in molti avevano perso le speranze di un secondo capitolo a cura del duo, ecco che i Nostri tornano sulle scene con Spiral. In mezzo, tanti album, progetti, collaborazioni per entrambi. Eppure, sembra che il tempo non sia passato. La narrazione che avvolge il disco è la tipica storia di creatività alchemica: è l’estate del 2018, e i due affittano una casa in New Jersey. Una settimana, una canzone al giorno. Ci vorrà un altro anno e mezzo per portare a compimento l’album, ma sei tracce sulle nove del nuovo album sono figlie di quelle sessioni estive. E qui ci si palesa la forza e, allo stesso tempo, il limite ontologico di questo progetto. Ossia, quello di essere la jam band di due musicisti costantemente impegnati su altri fronti. E come spesso accade nelle jam session, ad una maggiore libertà creativa fa da contraltare quel senso di incompiutezza che aleggia pericoloso quando dal cazzeggio tra amici si passa alla pubblicazione discografica.
I residui dell’attitudine da jam si trovano nei frangenti in cui è la chitarra di Harrington a farsi protagonista, e nell’effettistica elettronica di Jaar, che, per quanto gradevole, stenta ad oltrepassare la funzione ornamentale. Ma la lunga gestazione dell’album – e l’ascolto stesso – testimonia una cura quasi maniacale, e di fatti in Spiral nulla sembra lasciato al caso o al capriccio. Semmai, a non convincere del tutto, è proprio il confezionamento di un prodotto sì curato e ben fatto, ma raramente incisivo.
Il centro di gravità, ancor più che nel debutto, è la voce – il falsetto, per la maggiore – di Jaar, e l’impressione dominante è che il disco voglia essere l’album in cui il pop-psych dei Darkside possa affrancarsi definitivamente da sperimentalismi ermetici e lunghi passaggi strumentali (eccezion fatta per Inside Is Out There, non a caso unica traccia a sfondare il muro degli 8 minuti), per approdare sui lidi di un songwriting maturo, mai facilone e, al contempo, non troppo cerebrale. Spiral è indubbiamente animato da una fisicità che sa di terra viva, laddove Telas era impalpabile come l’aria, Cenizas cullava tra le sue onde fluttuanti, e il secondo capitolo A.A.L. ardeva e sputava fiamme pensate per il dancefloor. Se la premessa è encomiabile, il risultato finale tuttavia è meno elettrizzante, a riprova che nel cosmo creativo 1 + 1 non sempre fa 2.
Intendiamoci, non è un brutto album. Anzi. L’apertura, affidata a Narrow Road, è di quelle magistrali, coi suoi sentori mediorientali, le percussioni singhiozzanti – addio cassa dritta vellutata da house in formato easy listening – la voce di Jaar con quel tono ieratico, tutto lascia presagire la sintesi fra gli arabeschi astratti di Telas e la vocazione autoriale sperimentale di Cenizas. Quel che segue, tuttavia, non tiene del tutto testa alle aspettative. Per carità, tutte le tracce sono perlomeno gradevoli. Oltre alla già citata Narrow Road, spicca Inside is out there con i suoi otto minuti e mezzo in cui i due abbandonano del tutto la forma-canzone imbracciando un flusso sonoro altamente evocativo. C’è il songwriting rarefatto della title-track che lambisce territori alt-folk. Ma il grosso di Spiral, la sua essenza, sta nel voler conciliare pop e psichedelia, senza eccedere sul fronte dell’accessibilità pop né su quello del trasporto intossicato-intossicante di scuola psych. E quindi, cosa ci consegna Spiral? Dove ci porta durante i suoi 50 minuti? Ci porta nella terra di mezzo pop-psych, nel lavoro sicuramente meno elettronico e probabilmente più accessibile targato Jaar, in un album che ha mutato pelle rispetto all’opera prima (meno elettronica e più psichedelia), ma che rimane incagliato nell’autoreferenzialità di una personalissima gabbia dorata.
Senz’altro va fatto un plauso ai Darkside per non cedere alla tentazione pop della canzone da tre minuti e mezzo (no psych-pop à la Tame Impala, insomma). The limit, Lawmaker e Liberty Bell sono tre brani piacevoli. The question is to see it all seduce subito grazie al cantato di Jaar su un tappeto sonoro essenziale e delicato, eppure al netto dei suoi 5 minuti perde gran parte del mordente iniziale. C’è poi il falsetto di Jaar, che la fa da padrone in I’m the echo e nella conclusiva Only Young, quasi impeccabile, ma forse proprio in virtù di ciò, sterile.
Allo stesso tempo, la chiave di lettura dell’intero progetto Darkside potrebbe risiedere nell’approcciarvisi con l’insostenibile leggerezza di un’operazione artistica che, per ammissione dei diretti protagonisti, sa di divertissement tra amici. Una valvola di sfogo e di evasione da suoni e strutture più avventurosi, in special modo per Jaar, la cui produzione è andata indirizzandosi verso una complessità sempre crescente. Visto attraverso queste lenti, dunque, Spiral è un album che intrattiene e si fa gradire per immediatezza e compattezza. Non delude e non esalta. E se ascoltandolo dovesse venirvi voglia e nostalgia del Nicolas Jaar in stato di grazia, non dovete far altro che ripescare Cenizas e Telas.
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