Recensioni

«You don’t need to fix anything here». È quello che dice il personaggio di Joe, interpretato da Paul Raci, al protagonista della pellicola, il Ruben di Riz Ahmed. E di questo in sostanza parla Sound of Metal, seconda regia (ma esordio nel territorio della fiction) per Darius Marder, che firma la sceneggiatura insieme ad Abraham Marder (quest’ultimo co-autore anche delle musiche del film). Come molti prodotti che prendono in esame una determinata malattia che improvvisamente colpisce il protagonista, il processo di accettazione della nuova condizione è sempre traumatico e configurato come un lungo viaggio a tappe che inevitabilmente cambierà la visione della realtà circostante per il diretto interessato. Citando esempi illustri si potrebbe risalire a Nato il quattro luglio, che combinava la denuncia alla guerra in Vietnam all’impegno civile, instaurando quasi una dicotomia respingente tra patriottismo e senso civico; rimanendo in tempi più recenti potremmo invece citare Don’t Worry, ultima regia di Gus Van Sant, incentrata sul drastico incidente e conseguente riabilitazione occorse a John Callahan, vignettista satirico vessato da problemi di droga e alcolismo.

Poche inquadrature iniziali ci permettono già di avere un quadro chiaro di chi sia il Ruben di cui presto conosceremo anche le difficoltà future: batterista in un duo post-punk, capiamo da subito che l’energia e la musica di cui si circonda vengono da lui immagazzinate per sfuggire alla dipendenza da eroina (il mattino dopo l’ennesimo concerto lo vediamo prepararsi un centrifugato, sottoponendolo anche alla compagna e bandmate Lou). Improvvisamente, però, la doccia fredda: Ruben si accorge di star perdendo in maniera progressiva l’udito, ovvero ciò su cui fino a quel momento si era appoggiato per non scivolare nuovamente nell’oblio della dipendenza. Disperato, cercherà di farsi forza e verrà incoraggiato da Lou a “ricoverarsi” presso una comunità di non udenti. Tuttavia, come ben presto si accorgerà lo stesso Ruben, il compito di tale comunità non sarà quello di alleviargli le giornate, ma di fargli accettare la sua nuova condizione, che ben presto si sostituirà alla sua identità. La sordità, nella sua nuova famiglia, non è considerata una mancanza o una malattia. Tutt’altro. Il processo di accettazione di questa nuova verità sarà molto duro per Ruben.

Il lavoro di Riz Ahmed sul semplice sguardo esterrefatto e impaurito del suo protagonista, il lavoro sul corpo che da solo esprime una richiesta d’aiuto forte ed è il simbolo di una sofferenza che si protrae da anni, i suoi scambi all’interno della comunità, la sua rabbia esplosiva o implosiva a seconda delle situazioni: tutto questo è ciò che fa di Sound of Metal un film sicuramente imperdibile e contemporaneamente costituisce il motivo per cui possiamo volentieri chiudere un occhio sulla evidente (e a volte soffocante) patina da Sundance che la pellicola inevitabilmente si porta dietro (anche se la sua anteprima è avvenuta al TIFF). L’evidente ritmo distensivo e altalenante della sceneggiatura è figlio di questa impostazione produttiva, ma a rimanere impressi sono gli slanci emotivi (stupendo il piano-sequenza finale in cui tutti i suoni circostanti si azzerano) di una pellicola che sa a quale pubblico è indirizzata e vive spesso di non detti importantissimi per veicolare le emozioni (il rapporto con la fidanzata Lou è emblematico in tal senso, così come quello con il padre di lei, un essenziale Mathieu Amalric modello Serge Gainsbourg).

Di sicuro la strada verso gli Oscar appare spianata per Ahmed, che ha costruito una carriera cinematografica encomiabile e volta a restituirci le pieghe più sofferenti dell’animo umano (da The Night Of a Lo sciacallo, passando per The OA e Girls, gli va perdonato quel ruolo osceno in Venom), così come siamo abbastanza sicuri che in futuro Sound of Metal verrà citato a pieno titolo tra quei film tematici capaci di scuotere lo spettatore e aprirgli un mondo fino a quel momento dato per scontato.

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