Recensioni

Tra gli aspetti più attraenti, benché meno appariscenti, del cinema di Dario Argento andrebbero menzionate le location en plen air, spesso quasi metafisiche pur nella loro realtà fisica effettiva. Tali ambientazioni paiono trascendere lo spazio reale, proiettandosi piuttosto come astrazioni, scenari indefiniti, non-luoghi da mondo dei fumetti dei quali, al più, si è in grado di tracciare uno straccio di coordinate geografiche desumendole da dettagli come le targhe delle automobili inquadrate o le architetture degli edifici. Spesso nessun accenno narrativo suggerisce che la storia si stia svolgendo in una città piuttosto che in un’altra, eppure quei posti teatri di riprese in esterno esistono e il più delle volte sono anche facilmente identificabili, quando non addirittura resi espliciti dalla sceneggiatura. Tuttavia per Argento, più che il dove sembra essere importante il cosa accade, e ciò è vero in particolar modo nel caso di Profondo rosso, uno dei suoi capolavori.
Dopo la “Trilogia degli animali” e l’atipico (per la sua produzione) Le cinque giornate, Argento nel 1975 torna al genere giallo (anzi al thrilling, come suggerisce il trailer cinematografico originale dell’epoca) a cui, tra il 1970 e il 1971, ha già splendidamente contribuito con L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e 4 mosche di velluto grigio. Stavolta però è un giallo diverso, per quanto non inedito in Italia, mescolato a elementi tradizionalmente attribuibili all’immaginario horror. Profondo rosso, pur nel suo carattere derivativo di precedenti opere del regista (e non solo), in quanto a pathos e suspense supererà la suddetta terna “zoonomica”, diventando un cult della cinematografia del brivido non solo italiana e segnando, con la sua vena thriller innervata da elementi sadici e soprannaturali, l’inizio del passaggio di Argento all’horror tout-court che culminerà nell’altrettanto celebre Suspiria.
Come il film del 1977, anche Profondo rosso, che esce nelle sale italiane il 7 marzo, si guadagnerà una grande fama anche all’estero. Negli Stati Uniti uscirà con il titolo Deep red e a inizio anni ’80 verrà re-distribuito dapprima come The hatchet murders e poi come The phantom of terror. Un respiro internazionale testimoniato anche dal fatto che, pur trattandosi di una produzione italiana, la quasi totalità del cast recita in inglese. Lo stesso attore scelto per la parte del protagonista è britannico. David Hemmings è però uno che con il nostro cinema ha già avuto (e avrà ancora) a che fare, essendo stato il protagonista di Blow-Up di Michelangelo Antonioni (e lo si vedrà anche in Squadra antitruffa al fianco di Tomas Milian). Ad affiancarlo è la compianta Daria Nicolodi, compagna di Dario Argento insieme al quale alcuni mesi dopo l’uscita del film darà alla luce la figlia Asia. Hemmings recita nei panni di Marc Daly, un maestro di pianoforte; la Nicolodi di Gianna Brezzi, una giornalista che lo affianca nelle indagini su un omicidio al quale l’uomo, casualmente, ha assistito. Il personaggio da lei interpretato, la reporter intraprendente, svampita e disinibita, è ormai un cliché ma per lo spettatore medio dell’epoca è ancora inusuale, non solo in Italia ma anche all’estero, tanto che non è azzardato supporre che anche Margot Kidder vi butterà uno sguardo nel momento in cui sarà chiamata a recitare nella parte di Lois Lane nel primo Superman con Christopher Reeve. E tra gli attori figura anche la grande Clara Calamai, diva cinematografica degli anni Trenta e Quaranta, qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo (e che apparizione!) nel ruolo di un’anziana attrice un tempo famosa ma poi dimenticata che chiaramente ricorda quello di Gloria Swanson in Viale del tramonto.

Stilisticamente, Profondo rosso figura tra i vertici della produzione filmica di Argento, che qui fa propria la lezione che dal mitico inventore del giallo all’italiana Mario Bava è discesa principalmente attraverso illuminati discepoli di quest’ultimo quali Lucio Fulci e Sergio Martino (e in parte anche Umberto Lenzi). Argento, autore anche della sceneggiatura (insieme a Bernardino Zapponi), filtra però questa lezione attraverso un’estetica molto più radicale, delirante, anarchica. Il suo tocco è peculiare, frenetico, quasi esaltato, e tratta l’orrore da un punto di vista introspettivo proiettando nelle pellicole paure e ossessioni dello stesso autore. Il personaggio, del resto, è noto: egotico, tutt’altro che politically correct, il cineasta sembra non curarsi della critica, che anzi si divertirà a sbeffeggiare riferendovisi con ironia come farà in Tenebre (1982) in merito alle accuse a lui a più riprese rivolte di misoginia. Un atteggiamento agli antipodi rispetto al sentire comune di oggi che porta spesso gli autori, nei campi più svariati, a prediligere l’autocensura preventiva se non addirittura l’opzione, assai più opportunistica, di uniformarsi al pensiero dominante strizzando l’occhio ai temi dettati dall’agenda mediatica della grande narrazione aggregata per cavarne visibilità.
Argento viola anche i principi fondanti del thriller, ponendosi allo stesso tempo come continuatore della tradizione hitchcockiana e come dissacratore di quest’ultima, per esempio mostrando – di sfuggita – il volto dell’assassino già nelle sequenze iniziali; visione che però evapora nel breve tempo di un fotogramma per poi restare ancorata, nella mente del protagonista così come dello spettatore, a una dimensione subliminale, in una sorta di psicologico gioco di specchi (è proprio il caso di dirlo).
C’è poi anche qui la liberazione dallo spazio fisico cui accennavamo sopra, la creazione di una città immaginaria dove nell’angolo di una delle piazze più belle di Torino, quella intitolata al C.L.N., Argento inserisce un bar in realtà inesistente ispirato a un famoso dipinto di Edward Hopper. L’aleatorietà dello spazio, unitamente al ritmo impresso alla narrazione, è un ingrediente essenziale nel contribuire a gettare lo spettatore in un agghiacciante vortice a base di enorme profusione di sangue ed effetti speciali a cui mette mano anche un mito mondiale come Carlo Rambaldi, il futuro “papà” di E.T., creatore dello spettrale pupazzo dal ghigno malefico la cui immagine diventerà una delle “cartoline” del film.

Deep Red è anche il manifesto di un’epoca ormai lontana, segnata da una libertà creativa che trasudava da ogni forma di produzione artistica destinata al grande pubblico. Una libertà che oggi sembra essersi progressivamente rarefatta, complice l’omologazione dei linguaggi e la pressione di logiche produttive sempre più commerciali. Il cinema contemporaneo — e ancor più le serie televisive, costruite su codici ormai consolidati e su un diffuso bisogno di rassicurazione — tende spesso a smussare gli eccessi, a ridurre l’imprevedibilità (si veda anche la critica di Ridley Scott). In un simile scenario, un autore come Dario Argento troverebbe probabilmente meno spazio per affermarsi con la stessa forza visionaria che contraddistinse i suoi anni Settanta.
Un discorso che si estende anche alle musiche dei Goblin, in un’epoca in cui la musica sembra sempre più appiattita da logiche algoritmiche — che si tratti di AI o di esseri umani che ne imitano i meccanismi. La musica è uno degli elementi cardine di Profondo rosso, come dimostra la celebre colonna sonora composta dal quintetto progressive romano e arricchita da alcune composizioni al piano del jazzista Giorgio Gaslini. Jazz che, peraltro, è richiamato anche dalla professione del protagonista del film, il quale a un certo punto osserva: «È tutto troppo pulitino, preciso, troppo formale».
Quella stessa formalità che, nella sua declinazione cinematografica, Argento sta appunto cercando di disossare con il suo tocco registico anche attraverso le musiche abbinate ai suoi lavori. I Goblin nel 1975 sono un complesso semisconosciuto e il loro ingaggio è stato conseguente al rifiuto della prima scelta del regista, rappresentata nientemeno che dai Pink Floyd, i quali hanno declinato l’invito in quanto impegnati nella composizione dell’album Wish You Were Here (Argento riuscirà quantomeno a intervistarli nel 1987). La virata su Claudio Simonetti e soci si rivelerà però benedetta, dando inizio a un sodalizio artistico che durerà negli anni. L’inquietante e ossessivo tema principale della soundtrack di Profondo rosso, ispirato al brano Tubular Bells di Mike Oldfield che ha appena contribuito al successo di un’altra pietra miliare del cinema “di paura” quale L’esorcista, diventerà iconico, vendendo quattro milioni di copie in versione 45 giri e facendo da traino all’altrettanto fortunato album/colonna sonora anch’esso oggetto di culto tanto che nel 2005 ne verrà pubblicata una ristampa arricchita con diverso materiale inedito.
La riscoperta di Profondo rosso sarà costante negli anni, soprattutto da parte di quegli ambienti critici che snobbano il film al momento della sua uscita. Alcuni appunti, peraltro, non sono del tutto peregrini, a partire da quelli che accusano la pellicola di estetismo e barocchismo, oltre a quelli rivolti allo scarso spessore dei dialoghi. Ma il passo ormai è compiuto e a breve anche la critica verrà zittita del tutto. Come detto, il successivo step di Argento lo porterà a misurarsi con l’horror, concependo quel meraviglioso affresco gotico di Suspiria, il quale otterrà anch’esso un grande successo oltreconfine. Per il resto della sua carriera il cineasta romano alternerà sempre i registri thriller e horror, mantenendosi a livelli eccellenti perlomeno fino all’ottimo Opera (1987).
Nota a margine: Profondo rosso è anche il nome dello storico negozio fondato da Dario Argento nel 1989 e ubicato in via dei Gracchi, nel quartiere Prati, a Roma, da anni meta di collezionisti e appassionati. Il piccolo esercizio presenta, al piano inferiore, anche un mini museo in cui è possibile compiere un breve tour dell’orrore in cui ammirare alcuni materiali originali di scena usati dal regista nei suoi film. Perché i dettagli sono importanti, anzi spesso un dettaglio è «talmente importante che non te ne rendi conto».
Amazon
