L’imbarazzante meraviglia: Dario Argento intervista i Pink Floyd (1987)
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Orazio Sturniolo
- 17 Luglio 2025
Ci sono cose che non si spiegano. Come certe mattine in cui ti svegli con una canzone dei Pink Floyd in testa e il vago ricordo di una trasmissione TV vista per caso anni fa. Una roba confusa, in bassa definizione, tipo una VHS dimenticata in fondo a un cassetto. Poi un giorno la ritrovi online e ti esplode in faccia l’assurdo: David Gilmour e Nick Mason collegati in diretta con Dario Argento. Sì, proprio lui. L’autore di Profondo Rosso che fa domande ultraterrene a due leggende del rock, mentre un interprete arranca cercando di dare un senso all’impossibile. Non è un sogno, non è un meme. È successo davvero, nel 1987.
Per capirci qualcosa, bisogna fare un passo indietro. Siamo in piena guerra fredda floydiana. Roger Waters ha abbandonato la nave, portandosi via un carico di frustrazioni che la band non riesce nemmeno a contare. Gilmour e Mason, testardi come muli gallesi, decidono che non è finita. Raccolgono quello che resta e danno vita a A Momentary Lapse of Reason, un disco imperfetto ma vivo. Lo portano in tour prima ancora che sia completato — una mossa da pazzi, ma funziona. Il pubblico risponde, i biglietti volano, e negli USA si trasformano nel tour rock dell’anno, battendo persino il mastodonte scenografico del Glass Spider Tour di Bowie.
Nel frattempo, in Italia, Dario Argento è nel suo periodo più strano e prolifico. Oltre a girare film, conduce uno show tutto suo: Gli incubi di Dario Argento. Nove episodi inquietanti trasmessi dentro la trasmissione Giallo, pieni di ombre, sangue finto, e una Coralina Cataldi-Tassoni che sembra la cugina dark della Fata Turchina. Il film Opera, uscito quello stesso anno, segna il punto di fusione tra cinema visionario e sperimentazione totale.
Stando a quanto racconta lui, nel lontano ’75 Dario Argento avrebbe preso un volo per Londra con un’idea piuttosto audace in valigia: convincere i Pink Floyd a firmare la colonna sonora di Profondo Rosso. Secondo il regista, l’incontro ci fu davvero, tra sorrisi cordiali e ammirazione reciproca. Ma anche un bel nulla di fatto. Troppo impegnati, dice Argento. Anche se, a ben guardare, i conti non tornano del tutto. Ma con Dario, si sa, la realtà è sempre un po’ un film. “Erano miei fan e conoscevano i miei film, ma in quel momento, seppur gentilissimi, stavano facendo The Wall e preparando anche un film”, ha raccontato ai microfoni di Federica Elmi e Barbara Venditti durante la trasmissione Le Lunatiche su Radio Rai 2 nel 2020. Dichiarazioni da prendere con le dovute pinze, considerando che Argento non è nuovo a uscite di questo tipo — basti ricordare la millantata collaborazione con i Daft Punk per Occhiali Neri, smentita dai suoi stessi produttori meno di 24 ore dopo. Che nel ’75 i Pink Floyd fossero immersi fino al collo nella lavorazione di Wish You Were Here — e non in The Wall, che sarebbe arrivato solo anni dopo — non è proprio un dettaglio da niente. Diciamo che se questa fosse una sceneggiatura, qualcuno al primo controllo bozze avrebbe già cerchiato quella data con la penna rossa.
Poco male: la Storia l’hanno fatta i Goblin, che cambiarono per sempre il suono dell’horror italiano. Musica fatta di respiri, battiti, sintetizzatori oscuri. Anni dopo, sarà Keith Emerson a firmare per Argento la colonna sonora di Inferno, un delirio sinfonico in technicolor.
E così arriviamo a quella benedetta intervista. Un collegamento satellitare che oggi sembra girato su pellicola 16mm. Gilmour e Mason sono a New York, probabilmente tra un’esibizione e l’altra al Madison Square Garden; Argento è in uno studio televisivo italiano, emozionato come un ragazzino che ha appena messo le mani su una copia in vinile di The Wall. Si parte con qualche complimento: A Momentary Lapse of Reason viene definito “stupendo”. Poi si entra nella zona grigia: domande ampie, quasi esoteriche, la traduzione che arranca, i silenzi che diventano protagonisti.
A un certo punto Argento chiede: “Qual è il vostro progetto per il mondo?”. I due musicisti si guardano perplessi. La traduzione fa cilecca. Parte una risposta vaga, tipo “Cerchiamo di fare della musica, direi”, che rimbalza tra un continente e l’altro come una pallina da flipper rotta.
Arriva anche uno scambio che merita di essere ricordato. Argento, con voce bassa e teatrale, chiede: “Avete incubi ricorrenti?”. La traduzione fila, stranamente. E Mason con il secco humor british che lo contraddistingue e che abbiamo imparato a riconoscere in Inside Out, non ha esitazioni: Roger – che ai tempi aveva soprannominato Stalin – che torna a far parte della band. Proprio quel Waters che anni dopo dirà di esser stato bullizzato proprio dai compagni. Gilmour, in entrambe le occasioni, se l’è risa sotto i baffi.
C’è anche una parentesi sul cinema gotico. Argento vuole sapere cosa ne pensano. Gilmour ci prova, ma ammette onestamente: “Non so bene cosa significhi”. E un accenno al lavoro sulle colonne sonore: “Non è così gratificante come creare i propri album — spiega — se devi lavorare con le emozioni e le immagini di qualcun altro”. Un commento che sembra un’allusione piuttosto esplicita a Michelangelo Antonioni, con cui la band ebbe un rapporto complesso durante la realizzazione della colonna sonora di Zabriskie Point (1970).
Ricordiamolo: Antonioni volle personalmente i Pink Floyd per comporre la musica del suo film girato negli Stati Uniti, ma dopo un intenso periodo di registrazioni notturne agli International Recording di Roma, la collaborazione si rivelò difficile e frustrante. Pur proponendo di scrivere un’intera colonna sonora originale, la band dovette limitarsi a fornire brani esistenti, tra cui la celebre Careful With That Axe Eugene, rielaborata in Come In Number 51, Your Time Is Up. Antonioni, poco convinto, virò su sonorità più “a stelle e strisce”, tipo Grateful Dead. I Floyd? Si sentirono trattati come turisti rumorosi in un motel di periferia e definirono quell’esperienza un autentico inferno.
È facile immaginare Argento che ci mette del suo, come sempre. Lui e i Pink Floyd sembrano due orbite diverse nello stesso sistema solare: non si scontrano mai, ma a volte si sfiorano, si osservano da lontano, ognuno perso nel proprio delirio creativo. Due visioni del mondo che non si incastrano, ma che per un attimo si guardano negli occhi — sospese in quel momento rarefatto dove il caos e il genio si tengono per mano, senza dire una parola.
Ancora oggi, riguardare quell’intervista è come aprire un cassetto e trovare dentro una vecchia lettera che non ricordavi di aver scritto. Fa sorridere, un po’ commuove, e soprattutto racconta di un tempo in cui la televisione poteva ancora permettersi di essere surreale, sbilenca, poetica. Dove l’imbarazzo non veniva censurato, ma accolto. Dove anche un errore di traduzione poteva diventare arte. Se l’avesse vista Roger Waters, probabilmente avrebbe spento tutto sbattendo la porta. Ma noi, che siamo sopravvissuti agli anni Ottanta con le orecchie aperte e gli occhi sgranati, sappiamo che in quel caos c’era qualcosa di vero. E forse anche un po’ magico.

