Recensioni

L’essenziale è invisibile agli occhi, secondo la celebre quote de Il piccolo principe; ma è udibile alle orecchie, deve aver pensato Dardust, il cui minimalismo è la cifra portante di Urban Impressionism, suo sesto lavoro in studio, un concept metropolitano. «Sono certo ci sia ancora spazio per dei racconti unitari con un inizio, uno svolgimento e una fine». E se lo dice lui, che in qualità di autore o produttore è stato artefice di alcuni tra i singoli pop italiani di maggior successo degli ultimi anni – da Soldi di Mahmood a Cenere di Lazza, fino a La Noia di Angelina Mango -, c’è da credergli.
Dario Faini, questo il suo vero nome, ha anche detto che per questo disco si è ispirato al cinema, segnatamente a quello di Pasolini e soprattutto di Antonioni, con la sua estetica dell’architettura come simbolo dell’alienazione. «I palazzi del quartiere Eur di Roma ne L’eclisse, per esempio». Ironia della sorte, uno dei suoi prossimi spettacoli dal vivo, il secondo e ultimo italiano prima di partire per il tour europeo, si terrà venerdì 14 marzo proprio nel cuore dell’Eur, in quella Nuvola di Fuksas che in verità, per molti, con l’estetica fa a cazzotti. In effetti l’immagine delle architetture squadrate e severe alla De Chirico tipiche della zona contrasta bene con la pulviscolarità e il senso di sospensione dell’album. C’è un’idea metafisica di transnazionalità in entrambi. Non per niente il disco è stato registrato a Parigi.
Con il suo Impressionismo Urbano il compositore marchigiano prende le distanze dal caos, dando forma a un lavoro minimale, “silenzioso”, laterale, inquadrabile nel genere modern classical con reminiscenze variamente ascrivibili a Chopin, Brian Eno, Ludovico Einaudi e Vangelis (tra i riferimenti dichiarati ci sono Debussy, Liszt e Steve Reich), per darci conto, sotto forma di note, delle sensazioni destate dall’immergersi in scenari suburbani dove le architetture sono metafore perfette della solitudine, dell’isolamento e dell’incomunicabilità tra esseri umani. Un processo di distacco per cui i rumori della città paiono svanire a mano a mano che ci si allontana alla ricerca di una postazione defilata da cui osservare, e osservarsi. Se si vuole, il piglio introspettivo non è troppo dissimile dal dopo-scienza nel senso di seconda metà di Before And After Science, a proposito di non-luoghi. Certo, quarantatré minuti di solo piano rischiano di essere interessanti come la versione originale giapponese del film Hachiko, però con qualche accortezza si può superare anche questo scoglio. Bastano un paio di respiri e una trentina di secondi di training autogeno per calarsi in modalità sociopatica e predisporsi all’ascolto.
Per crearvi il giusto climax, ammesso che abbiate una mezza giornata da spendere, un suggerimento potrebbe essere quello di salire su un autobus di periferia estrema, uno di quei rottami sempre semivuoti, per una corsa da capolinea a capolinea standovene seduti sui sedili in fondo a osservare il paesaggio scorrere dal finestrino. A Roma c’è pure una linea che si presta più di altre e che compie una specie di tour non richiesto di borgate pasoliniane come Trullo e Corviale, passando tra l’altro proprio ai piedi della collinetta dove l’autore di Ragazzi di vita effettuò buona parte delle riprese di Uccellacci e uccellini, prima di approdare appunto sulle sponde del laghetto dell’Eur, a un tiro di schioppo dal summenzionato centro congressi fuksasiano, e non lontano neppure dal sobborgo Laurentino 38, trionfo di quell’architettura brutalista a cui Faini si è ispirato.
C’è un filo cinematico a tenere insieme queste tredici tracce all’insegna del less is more, dove il less è davvero ridotto all’osso, con appunto un pianoforte a svettare, qualche arco e un discretissimo, quasi inavvertibile, tappeto elettronico a fungere da basamento. Un viaggio bilanciato tra momenti sognanti (la title-track), melanconici (Mon Coeur Béton Brut, Nocturne Of You, Golden Cage) e sostenuti (Le Bolero Brutal, Vertige), ma comunque tutti ammantati di cupezza. Un viaggio da affrontare isolandosi, anche da se stessi, anziché integrarsi e partecipare. Niente di più lontano dal pop, per l’appunto. Niente orpelli, piena libertà di lasciarsi trasportare senza mediazioni né compromessi. Libertà anche di sparire, di fuggire, se si vuole, quel brivido dell’anonimato a cui ci siamo ormai disabituati in tempi di iperesposizione da social e tracciamenti elettronici. Come quando si marinava la scuola: si saliva su un autobus e via con la musica in cuffia. E mo veniteme a cerca’.
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