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Dopesick – Dichiarazione di Dipendenza, creata da Danny Strong e distribuita su Hulu negli States e su Disney Plus in Italia, è probabilmente la miglior miniserie che NON state attualmente guardando in streaming (probabilmente per un soggetto di non facile presa sul nostro pubblico). Composta da un cast eccezionale che sforna alcune delle sue migliori interpretazioni in assoluto – su tutti Michael Keaton, che con la sua interpretazione del Dr. Samuel Finnix sta facendo incetta di riconoscimenti (l’ultimo, il più commovente, agli Screen Actors Guild Awards), e Kaitlyn Dever, che grazie al personaggio della sofferente Betsy Mallum, aggiunge un altro tassello memorabile alla sua ancora breve carriera (dopo lo splendido ritratto di Marie Adler nella miniserie Unbelievable) – Dopesick offre un ritratto disarmante e completo su una vicenda poco conosciuta dalle nostre parti.

Partendo dal saggio d’inchiesta Dopesick: Dealers, Doctors and the Drug Company that Addicted America, curato dalla giornalista Beth Macy, la serie espone nei minimi dettagli lo scandalo farmaceutico legato all’OxyContin, un oppioide adoperato durante le terapie antidolorifiche e lanciato sul mercato americano nel 1995 con la promessa, da parte del colosso farmaceutico Purdue, di non generare dipendenza in via di un’attivazione graduale e tollerabile. Promessa tanto furba quanto in effetti falsa, come sarà dimostrato in seguito all’indagine svolta da due vice-procuratori distrettuali integerrimi.

Già dai primi emozionanti e tesissimi episodi, diretti con mano sapiente dall’esperto Barry Levinson (Rain Man, Toys), scopriamo che l’impostazione scelta è quella del racconto corale. Le vicende dei personaggi vengono presentate e raccontate in maniera quasi didascalica, nel tentativo di non confondere troppo lo spettatore che già sarà messo a dura prova dallo stile del racconto stesso: una progressione degli eventi non lineare nel tempo (avremo sbalzi in avanti e indietro su diversi piani temporali per tutto il corso della miniserie) ma in sincro con le scoperte sconvolgenti dei due procuratori che riescono ad avere successo lì dove aveva in precedenza fallito la DEA (da segnalare anche l’ottima interpretazione di Rosario Dawson).

Dopesick – Dichiarazione di Dipendenza è poi un prodotto profondamente radicato nella cultura americana, non solo per il soggetto che sceglie di raccontare – l’incubo dell’assunzione smodata di farmaci e oppioidi fa parte della loro storia e rappresenta una problematica scottante almeno dalla seconda metà degli anni Cinquanta – ma lo è anche per l’utilizzo al massimo delle proprie capacità del cinema d’inchiesta che ha fatto la fortuna della New Hollywood con capolavori indiscussi come Tutti gli uomini del presidente e Sindrome cinese, mentre più recentemente possiamo indicare Il caso Spotlight come modello di riferimento (nel cast c’era sempre uno strepitoso Keaton).

Strong, tuttavia, decide di osare maggiormente dal punto di vista narrativo, scomponendo il racconto quasi fosse un puzzle, poiché consapevole di avere dalla sua una scrittura solida in grado di conquistare l’attenzione dello spettatore che dovrà destreggiarsi abilmente tra un salto temporale e l’altro. I personaggi, da quelli senza macchia come i procuratori ai più fallaci vittime della dipendenza denunciata dal racconto, non sono mai modelli di riferimento né tantomeno sagome tagliate con l’accetta, ma hanno tutti un livello di profondità psicologica ulteriore (riusciamo a empatizzare persino con lo spietato Richard Sackler interpretato stupendamente da Michael Stuhlbarg).

L’insieme, infine, restituisce un quadro lucido e riflessivo sullo stato culturale e mentale di un’America lontana anni luce da quella terra promessa che ormai risiede solo nelle leggende.

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