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Dopo la presentazione del 2012, viene ora pubblicato in DVD il documentario con cui lo spagnolo Danny Garcia ripercorre la storia dei Clash. Il titolo parla di “ascesa e caduta”, ma in realtà il fuoco del video è sulla seconda perché il regista – un appassionato di punk e dintorni che ha dedicato un altro documentario a Johnny Thunders e sta lavorando a uno su Sid Vicious – ha dichiarato di aver voluto raccontare la storia della fine della band, dopo averla scoperta solo in un secondo tempo.
Dell’ascesa più che altro c’è il culmine: il documentario parte infatti dal momento in cui, col successo di Combat Rock e con le date di supporto agli Who, Strummer e co. sembrano sul tetto del mondo. Attraverso interviste ad amici, staff e persone vicine (Viv Albertine, la cantante Pearl Harbour, Tymon Dogg e altri), il regista cerca di analizzare le dinamiche interne alla band, e all’inizio sembra volerne affrontare la storia per temi (il manager, il batterista, la droga…). Dopo un po’ però diventa chiaro che il ritratto della band al suo apice serve a mettere in mostra quegli elementi già presenti durante il trionfo e che di lì a poco degenereranno portando i Clash allo scioglimento. Come appunto la questione droga, che causa l’allontanamento del batterista Topper Headon (considerato universalmente uno dei punti di forza dei Clash), evento che a sua volta segnerà l’inizio della fine.
In tutto ciò, la figura che emerge con maggiore spicco è quella del manager Bernie Rhodes (che ha rifiutato di farsi intervistare): amico di Mick Jones (il quale, conoscendolo, non ha mai condiviso la fiducia che gli accordavano gli altri), ex collaboratore di Malcolm McLaren, Rhodes gestiva il gruppo da una parte con inventiva, cultura e fantasia, dall’altra non informando nessuno delle sue mosse e considerando la band una sua creatura di cui disporre a piacimento. Il ritratto di Rhodes che emerge dalle varie testimonianze è, così, duplice: se ne raccontano le malefatte (vedi l’operazione Cut the Crap, il modo in cui ha fomentato le divisioni interne per ottenere un controllo maggiore, il regime schiavista imposto ai nuovi membri) senza dimenticarne i pregi. Pur non volendo imputargli completamente la dissoluzione dei Clash, Rhodes ha sicuramente avuto un peso decisivo nella vicenda; in questo senso, il documentario non esagera quando dice come da un certo punto in avanti il manager, da punto di forza che era, sia diventato se non l’unica, la causa principale dell’ingloriosa fine della band.
Un altro elemento interessante è costituito dalle interviste ai Clash dell’ultimo periodo (di quelli classici, parla solo Mick Jones), sia il rientrante Terry Chimes, che gli altri elementi del periodo 1983-85 (il batterista Pete Howard e i chitarristi Nick Sheppard e Vince White): è una rara occasione per ascoltare estensivamente anche il loro punto di vista, con un momento assolutamente sorprendente quando White si commuove ripensando a This is England e a come, secondo lui, l’ultima grande canzone di Strummer avesse previsto tutto.
Il documentario accompagna il racconto con la classica sequenza di immagini di repertorio, vecchie interviste (brani in versione diversa o live, per non doversi svenare in diritti….) ma anche animazioni e disegni originali, con un rapporto tra testo e immagini talvolta illustrativo, altre volte un po’ didascalico, altre ancora arguto. Semmai, il difetto maggiore è che la cronologia degli ultimi eventi della storia del gruppo non risulta chiarissima, né le dinamiche della registrazione dell’ultimo, sconfessato disco: ma a questo dovrebbe provvedere il libro accluso al DVD, che riporta i materiali reperiti durante la ricerca e non finiti nel film. Un pellicola che risulta comunque efficace nel ritrarre, appunto, “the fall of The Clash” e nel raccontarne cause e dinamiche.
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