Recensioni

7.4

Abbandonate da un paio di album le asperità neo-(post?)-industrial noise che nella loro efferata crudezza ne limitavano il raggio d’azione, il lungocrinito chitarrista italiano è ormai padrone di muoversi all’interno di un più ampio raggio di possibilità senza che per questo a perderne sia l’omogeneità di fondo della propria poetica o la ricerca sonora.

La personale via al cantautorato di Brusaschetto trova in Fragranze Silenzio una perfetta equilibratura tra le due anime dicotomiche e conflittuali che lo sottendono. Da un lato, quella delicata, romantica, in punta di corda e/o sussurro, quasi solare verrebbe da dire, che si manifesta sotto forme astratte e post-moderne: siano essi i fruscii da glitchtronica concreta (Ali Di Mosca), la bossanova disturbata di Cauterization, il pop minimale e strumentale di Fiori Finti. Dall’altro, quella oscura e minacciosa, risvolto dai contorni dark di ogni animo sensibile che assume le forme malinconicamente struggenti di Clouds o quelle mostruose della conclusiva title-track: un monolite drone-metal in modalità sludge sfiancante e estatico.

Su tutto, una forma di lirismo personale e dal retrogusto amaro, che procede per lampi di pura poesia esistenzialista e flash introspettivi di un intimismo palese. Se per i Bachi da Pietra di Non Io bisognava “perdere gli occhi per poter vedere”, nell’apocalisse casalinga e intima di Brusaschetto (casa mia, per quanto ti odi sei il posto dove voglio stare, da Fragranze Silenzio) l’unica possibilità è che “bisogna saper perdere, bisogna sapere come perdere” (Raccontamelo Come Fosse Una Favola). Mai come stavolta però a vincere è Brusaschetto, mosca bianca e gioiellino da tener da conto.

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