Recensioni

7.4

A differenza del disco d’esordio del 2013, quel Corpus Exquis che aveva provato a far conoscere il lavoro di Daniel Wohl al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori e dei frequentatori degli ambienti più raffinati della scena artistica americana, la seconda prova dell’artista parigino trapiantato a Brooklyn si lascia attrarre da composizioni più lunghe. Questo fatto, apparentemente secondario, è invece un fattore determinante. Ma partiamo dall’inizio.

Tutto il lavoro di Daniel Wohl, che solo in minima parte è finito su disco (il resto è compreso in installazioni, performance, lavori d’occasione su commissione e svariate collaborazioni) è rivolto a sondare il confine tra sintetico e analogico, tra elettronico e acustico. Elettroacustica, quindi, nella migliore delle versioni oggi in circolazione, ma talmente elaborata, anche a livello concettuale, che a tratti è impossibile distinguere quali siano i suoni processati da quelli suonati da veri strumenti. Un gioco anche di mimesi continua che sul minutaggio più lungo di queste composizioni ha tutto lo spazio necessario per svilupparsi a dovere. Sfidiamo chiunque, per esempio, a identificare lo strumento principale della traccia numero 6, Pixel, come un glockenspiel, ma tant’è. O a riuscire a immaginare che il droning che apre il disco in Replicate, part 1 è in realtà un rullante preso con un microfono a contatto. Di arguzie di questo tipo il disco è pieno zeppo, dimostrando la padronanza tecnica del musicista, ma senza che l’ossessione tecnica prevalga mai sull’esito estetico.

Tutto l’album è gloriosamente godibile, al confine tra un droning di marca Tim Hecker (a proposito, il produttore di Holographic è Paul Corley, già con Hecker, ma anche Oneohtrix Point Never e Ben Frost), la musica da camera contemporanea e la musica da installazione artistica (materia sulla quale il curriculum di Wohl si è ampiamente consolidato). Source, con il contributo vocale di Olga Bell (altra espatriata a Brooklyn), si muove tersicorea tra spazi percettivi dilatati e pattern ritmici ovattati; la suite d’apertura Replicate somma 18 minuti che si riempiono di una narrativa esotica (a tratti risuona quasi di gamelan giavanese), e la chiusura con l’ostinato, minimalista di vibrafono è uno dei momenti migliori del disco. Progression mette in evidenza il glitch, altro elemento su cui il disco si basa, ricordando Oneohtrix Point Never, ma andando a parare in territori più vicini alla contemporanea da camera. È tutto il disco, comunque, a funzionare per l’equilibrio tra concettualismo, tecnica e poetica/estetica: niente massimalismi o manifesti, ma la consapevolezza che ciò che è ben concepito e ben suonato funziona di per sé.

 

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