Recensioni

Da un punto di vista filologico, questo You Belong There è il debutto sulla distanza di Daniel Rossen, album che esce a quasi dieci anni dall’EP d’esordio Silent Hour / Golden Mile. Nel mezzo, però, c’è stata la traiettoria dei suoi Grizzly Bear, una delle band che hanno contribuito a definire il sound di questi anni grazie a cinque album capaci di marcare una parte dell’immaginario indie (se così si può ancora dire…). L’ultimo, incentrato su sonorità elettroniche, è Painted Ruins, uscito oramai cinque anni fa: un’era geologica.
In You Belong There l’atmosfera è diversa, incentrata su suoni organici e – a modo suo – molto classici. Certo, ci si sentono dentro Van Dyke Parks, Tim Buckley e una bella fetta di canzone americana d’autore. Ma non aspettatevi una decina di brani strofa-ritornello-bridge-strofa-ritornello, perché non è quello che interessa a Rossen. Se c’è una relazione con questi autori, questa sta nelle atmosfere, nei colori oltre che negli spazi. Perché molti dei brani di questo disco hanno bisogno di spazio per poter respirare. E non è solo una questione di lunghezza (con tre dei migliori brani a superare i sei minuti), ma anche di spazi interiori. A un primo ascolto You Belong There potrebbe sembrare algido, distaccato, ma se diamo ai suoi brani il tempo di prendere possesso delle nostre orecchie, questi si mostreranno in tutta la loro complessità. Impareremo ad apprezzarne sfumature, aura e immaginario, tutta una cinematografia dei sentimenti che probabilmente sta alla base del progetto.
Sarebbe fin troppo facile tracciare il percorso che ha portato il suo autore fin qui: la scelta di allontanarsi dalla linearità ortogonale di Brooklyn in favore dei cieli infiniti di Santa Fe in Nuovo Messico, l’essere diventato padre e la pandemia. Un contorno che fa di questo disco un perfetto contraltare alla città: una sorta di ritorno alle radici, di fuga dal mondo, una montagna incantata. Ma non è così. Certo, Santa Fe e la prole avranno avuto il loro peso, ma l’impressione che si ha dopo innumerevoli ascolti è quella dell’opera di un artista alla perenne ricerca (di sé?), titubante sulle proprie capacità, che vuole costantemente testare il limite. E lo fa scegliendo di attraversarlo diverse volte quel limite, magari avventurandosi in territori che sembrano dar le migliori risposte alle sue irrequietezze interiori.
Rivelatore è, in questo senso fin dal titolo, un brano come Unpeopled Space: luogo desertico, privo di persone, come di un eremitaggio. Ma proprio per questa sua natura si popola di un accento flamencato, si colora di un’orchestrazione davvero da Van Dyke Parks o da Brian Wilson, ma senza solarità, e invece rifugiandosi in una fantasmagoria tra lo psichedelico e una grandeur quasi sinfonica. È lo spazio desertico che permette/richiede di costruire architetture ardite, dove l’uomo/l’autore è quasi schiacciato, scompare.
Lo stesso vale per la splendida I’ll Wait For Your Visit, dove è ancora una lontananza, uno spazio da colmare a diventare protagonista di una piccola suite che – anche grazie a una vivacissima sezione ritmica – prende tutte le direzioni possibili, tutte le variazioni sul tema che l’architetto riesce a immaginare. Ma non pensiate che si tratti di un disco asettico: lo mostra Keeper and Kin, che potrebbe stare bene nella discografia tanto degli Einstürzende Neubauten degli anni Duemila quanto in quella più cinematografica di Randy Newman. Altre sfumature si possono trovare in Shadow in the Frame, che sa di prog e chamber music, oppure nell’apparente semplice e disarmante fingerpicking di una canzone molto dritta come The Last One.
You Belong There è davvero un caleidoscopio di riferimenti e colori, di atmosfere e finezze arrangiative che tiene in piedi un disco sontuoso, volutamente fuori dal tempo, costruito per uno spazio altro.
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