Recensioni

Solitamente, quando si vuol parlare di qualcosa di bello e di fuori dall’ordinario, la maggior parte dei recensori utilizza iperboli, citazioni, informazioni personali ed altri espedienti retorici. In poche parole la “prende larga”, per dare un tono alto a ciò che ha visto/sentito e per poter partire dal generale e zoomare poi sul cuore della questione. Detto che questo incipit sta ormai ricadendo tragicamente nella pratica che vorrebbe evitare, arriviamo al dunque: quello di D’Angelo alla Cavea dell’Auditorium è stato il concerto dell’anno.

La location, nonostante il concerto sia di sera e all’aperto, è calda oltre i limiti dell’umana sopportazione, ma diventa torrida quando D’Angelo e i suoi Vanguard salgono sul palco. Sono in undici: una batteria, due coristi, due chitarre, un basso, due fiati, una tastiera, una corista e D’Angelo stesso che si divide tra chitarra glitterata che ricorda i T-Rex e il piano. L’apertura di Ain’t That Easy svolge svariate funzioni: ci fa capire che i musicisti sul palco sanno il fatto loro, che la musica di D’Angelo è soprattutto fatta per il corpo e che – conseguenza di ciò – stare seduti sarà impossibile. A metà pezzo, il parterre si rovescia a ridosso del palco, la platea è per metà in piedi. Giustamente.

D’Angelo passa, nelle quasi due ore di concerto, attraverso vari outfit, seguendo la natura camaleontica della black music che viene fuori dalle casse. C’è l’r&b trascinante di Brown Sugar che alza i gradi a livelli incredibili, c’è una Sugah Daddy che trasporta tutti quanti al Live At The Apollo, c’è la bellezza flamencata di Really Love con la quale si capisce che D’Angelo è un maestro perché sa fare bene tutte le cose: sa spingere il pulsante del coinvolgimento fisico e sa toccare il cuore come i padri del soul. Quella che vediamo sul palco è una macchina da concerto definitiva: prima di The Charade – momento enorme – c’è l’invocazione anti-brutalità poliziesca, e quando il brano parte non riusciamo a non pensare che questo concentrato di spettacolo e allo stesso tempo di violenza nascosta sullo sfondo che abbiamo davanti si incastra perfettamente nella tradizione dei vari Gaye, Brown, Sly, Scott-Heron. Che siamo, in fondo, al cospetto di uno dei grandi.

Dopo una lunghissima Untitled (How Does It Feel) – col bellissimo uscire di scena dei musicisti l’uno dopo l’altro, fino a quando le luci non si spengono sull’ultimo rimasto, D’Angelo – il concerto termina e quello che abbiamo nelle orecchie, e soprattutto nel cuore, è la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di unico, di quelle cose che ti portano da un’altra parte. Dove – come diceva qualcuno più saggio di noi – l’anima di un uomo non muore mai.

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