Recensioni

A colpire subito, inserendo il dischetto nel lettore, è l’enorme flusso di coscienza che domina le nove tracce di questa musica libera e sghemba. Parole scritte da chi è già abbondantemente disilluso ancor prima di vedersi ingrigire la chioma. Ma anche no. Prodotto da Manuele “Max Stirner” Fusaroli (Red Worms' Farm, Zen Circus e Brian Ritchie, tra gli altri), Anema e Core è una miccia di appena trentatre minuti, che tuttavia sorprende per la vena ironica nient’affatto scontata; un lavoro in cui la dimensione cantautorale si fonde con arrangiamenti di rilievo, e che trova nei testi il suo massimo punto di forza.
Il trio di Senigallia, ormai giunto alla terza prova, ha in un certo senso tradito il punk-rock degli esordi in favore di un sound meno spigoloso e che ricorda, qua e là, i primi Baustelle e il menestrello lo-fi Bugo, senza però cadere nella fin troppo banale trappola della emulazione. Ed è così che ci si scopre ad annuire con la testa mentre Abbiam finito per perdere (“siam morti da troppi anni ormai, ma lo sappiamo solo noi/e noi venuti dopo i settanta siamo nati già morti e già sepolti…”) conduce, irrimediabilmente, ai bocconi amari di tutti i giorni.
Tra dilemmi post adolescenziali (la title track posta in apertura) e citazionismo fine (“sappiate che a volte la rassegnazione all’eroismo non ha nulla da invidiare”, Sergio Citti, da Stanca Puttana), la "rabbia giovane" dei Dadamatto si fa grande ne Il cantico delle creature e si stempera nella folle arrendevolezza di Semaforo rosso; si burla dei tempi moderni (“Mi c’hai mandato pure tu, con un sms”, da Canzone in 3D) e persino d’un famoso ponte della discordia (“Tra il bene e il male c’è di mezzo il mare/Tra il dire e il fare, la voglia di nuotare/Oh mio Dio, che paura. Padre mio, che fregatura”, da Scilla e Cariddi). Ma, alla fine, “se tutto è compiuto, bisogna cogliere l’attimo” (da Il netturbino). Ed è allora uno spiraglio di luce a prevalere (“E’ un po’ che ho smesso di fumare, quanto mi costa fatica, ma in fin dei conti viva la vida”, da William Shakespeare). Indie-songs per giovani cuori infranti, nell’attesa di uccidere il sistema.
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