Recensioni

Un fantasma si aggira nelle dimenticate campagne del Belpaese, tra fragranze ed olezzi, nell'incontro tra il compiersi del ciclo naturale ed il lavoro (la vita) degli uomini. E' un fantasma turbolento e vivace, un burlone col ghigno storto e lo sguardo acidulo. Che ama impossessarsi ad esempio dei Da Hand In The Middle, sei mattacchioni da Montecchio (provincia di Terni) con l'aria da performer che amano mimetizzare il talento dietro l'estro buffonesco. Forse perché hanno capito che la scena è lo spazio della creazione, e perciò se l'apparecchiano allestendo teatrini balzani e facinorosi come dei Moby Grape tarantolati (Sweet Oven), inventandosi un immaginario da giullari elettrificati, spiriti agresti che sferzano l'indole fricchettona che alberga in ognuno (di loro, di noi).
Provate ad immaginarvi un Jon Spencer colto da raptus rurale (Bake Him A Cake), paludato di vampe di ottoni e gracidii d'organo, una convulsione blues per ogni raglio d'asino, visioni lancinanti e afrore di granaio, capace altresì di misurarsi con rumbe sardoniche (Joe Flies To El Limon) armato di campanacci e vecchi trattori. La mascherata è waitsiana e dylaniana finché i demoni sono quelli colti al crocicchio blues (Where's My Fuckin' Mule?), però altrove diventa mistero indolente Howe Gelb mischiato di fiabesca ebbrezza Panda Bear (The Redeemer), anche se dell'attuale freak folk giocano più che altro a sembrare i garruli antenati, mirando semmai a cogliere il fiore della sagace follia Country Joe And The Fish (Take Another Poor Gun) battuta ove occorre da garrule brezze swing (Sandy Room).
Hanno abbastanza padronanza della materia da suonare come minimo divertenti. Se vorranno e sapranno affondare il coltello nella piaga, capacissimi di fare il botto.
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