Recensioni

6.8

Ci eravamo convinti che la definizione di un alternativo radiofonico dei Novanta, la possibilità di un mainstream strutturato e sghembo, indocile e visionario, struggente e minaccioso, avesse raggiunto il massimo risultato ottenibile, travolto poi dal gran bazaar del revivalismo coercitivo anni Zero. E invece no. Qualcosa di potentemente irrisolto è rimasto sospeso a metà del tuffo. Un filo sfilacciato ma ancora scoppiettante a cui si aggrappano tra gli altri i newyorkesi – di Staten Island – Cymbals Eat Guitars, quartetto che si è guadagnato le attenzioni dell'ambiente con l'esordio autoprodotto Why There Are Mountains del 2009. Di cui il fresco Lenses Alien è il degno sophomore, prova decisamente più matura e destinata ad accrescere le quotazioni della giovane band.

Dieci tracce concepite per le playlist radiofoniche di un mondo migliore, disposto ad accogliere la complessità tra le caratteristiche del catchy, a farsi strattonare in luoghi emotivi diversi e inconsueti quando già si era accoccolato nella confortevolezza consueta d'una ballad, a farsi pizzicare da irrequietezze corrosive quando già cavalcava la baldanza liberatoria di un riff hardcore. Gli 8 minuti e mezzo della opener Rifle Eyesight (Proper Name) sono una specie di imprinting estetico e poetico assieme: mini suite che consuma cambi di scena e spersa visionarietà tra dinoccolata irruenza lo-fi e guizzi nevrastenici Jane's Addiction, noise onirico e wave-folk radente Wall Of Voodoo, complicazioni arty ed incandescenze Guided By Voices.

Su questo solco la scaletta dipana vampe e tremori, tensioni e rilasci, ora prevale un piglio melodico tagliente Built To Spill (Keep Me Waiting) e poi il trasporto sperso Red House Painters (Wavelenghts), altrove la calligrafia Kozelek si stempera col piglio focoso J Mascis, oppure è un arpeggio claudicante e vorticoso Pavement ad ubriacarsi di fregola hardcore e catalessi post-folk (Secret Family). Frequenze che oscillano attorno ad una portante forte, accesa di passione febbrile come i primi indimenticabili Neutral Milk Hotel, capace di sciorinare influenze diverse e sparse, tipo l'enfasi radente Waterboys tra le brume dreamy di The Current o certo didascalismo arguto Tears For Fears nelle strofe di Shore Points.

Va tutto bene anzi benissimo finché i quattro – ben prodotti da quel volpone di John Agnello – tengono stretta la belva multicefala per la collottola, tanto che credi persino d'esserti finalmente imbattuto nell'inizio di qualcosa di nuovo e fruttuoso dopo anni passati ad osservare l'inaridirsi delle prospettive. Piano però con gli entusiasmi: in pezzi quali Plainclothes, Gary Condit o Definite Darkness il carosello si fa un po' troppo schematico, il gioco non regge la tensione e scorgi le impalcature dietro le quinte. C'è insomma come un deficit di sostanza che non giustifica la partita fino in fondo. Dubbi che si aggirano come nuvolette sull'altezza delle aspettative: non vorrei che finissero per diventare "solo" i cuginetti estrosi e un po' scellerati dei Coldplay.

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