Recensioni

Quando i Cut Copy si sono fatti conoscere, a metà degli anni Zero, non erano solo un’altra band indie-dance: erano un ottimo antidoto all’eccessiva serietà di certo rock dell’epoca. Come nel vecchio continente stavano facendo anche i Phoenix di Thomas Mars, Dan Whitford, con la sua band (Tim Hoey, Mitchell Scott, Ben Browning), ha saputo distillare la malinconia dei New Order e l’euforia dei Daft Punk in un synth-pop a dimensione “arena”, culminato nel successo di In Ghost Colours (2008). Era musica da ballo emotiva, fatta per piangere e saltare contemporaneamente.
Con Moments, il loro settimo album che arriva 5 anni dopo l’ultimo Freeze, Melt, la band australiana ha definitivamente messo da parte la ricerca di un’altra hit-manifesto (come quella Lights & Music che definì un’epoca). Al contrario, fa un passo indietro, o forse, “laterale”. Questo disco è meno ossessivamente concentrato sul riempire lo stadio e più interessato ad occupare il nostro spazio personale. La band gestisce il suo dance rock con una maturità inaspettata, che lo rende piacevole da ascoltare come sottofondo che ci accompagna senza chiederci per forza un pogo.
Il punto di forza di Moments risiede proprio in questa sua inedita calma. I Cut Copy dimostrano di essere in pieno controllo del loro sound, non per ripetersi, ma per affinarlo. Certo, ci sono ancora i muri di synth riverberati e le chitarre taglienti (Solid è un classico esempio di equilibrio tra loop ossessivi e un battito cardiaco frenetico). Ma accanto a questo, emergono brani più meditativi e atmosferici, alcuni (vedi Gravity o Find A Place Among The Stars) a terribile rischio “filler”. La voce di Whitford è più pacata, quasi a sussurrarci la melodia invece di spararla in faccia.
La band si diverte a inserire dettagli sonori insoliti: il beat si fa talvolta più spezzato, come in When This Is Over, che a tratti fa pensare ai Depeche Mode d’annata, o a la titletrack che strizza l’occhio a ritmiche di ascendenza hip hop (quelle che qualcuno chiamerebbe trap), e le pulsazioni elettroniche si fanno più liquide. In alcuni brani, come Children of Fairlight, il suono viene lucidato fino a raggiungere una brillantezza quasi ambient, una sorta di U2 in salsa chill-out, ma senza la retorica dell’epica a tutti i costi.
Il picco di questa sperimentazione rilassata è Belong To You, una gemma di funk sinuoso e diretto, che taglia le distanze tra generi con una sagacia sorprendente. La mossa vincente è l’ospite, la cantautrice folk americana Kate Bollinger. La sua voce, misurata e sussurrata, si innesta sulla base elettronica, creando un “amore fantascientifico country”, come lo ha definito lo stesso Whitford. L’aggiunta della pedal steel (del leggendario Graham Lee dei Triffids) è il colpo di genio finale: un suono caldo e polveroso che eleva un semplice brano pop a un esperimento di fusione malinconica, dimostrando che i Cut Copy sanno ancora sorprendere, anche se con la discrezione di chi ha ormai imparato a dosare gli effetti speciali.
In definitiva, è ovvio che Moments non è l’album che ci farà scoprire i Cut Copy o li rilancerà al centro del ciclone, ma è il disco che ci farà apprezzare la loro longevità intelligente. È un lavoro maturo, che lavora su una profondità emotiva e una rilassatezza che si rivelano il vero punto di forza, capace di regalare attimi di magia sonora in un contesto di apparente tranquillità.
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