Recensioni

Fa sicuramente il suo effetto trovare Marc Almond ad aprire un disco dei Current 93. Nei sei anni che separano il nuovo Black Ships Ate The Sky dal precedente Sleep Has Is House, David Tibet ha lavorato sempre più come un mecenate rinascimentale attento a mettere la propria sagacia produttiva al servizio di personalità artistiche eterogenee. Un Tibet sempre più protagonista del marketing globale dei suoni di ricerca. Basta guardare quello che è ormai diventato il roster della Durtro.
La folla di collaboratori, amici e guest stars nella nuova fatica dei Current 93, allora si spiega anche con questo. Con la stima di cui gode uno degli artisti inglesi più singolari e colti di sempre. Si diceva di Marc Almond, che è solo il primo in ordine di apparizione. Seguono Bonnie Prince Billy, Baby Dee, Antony, Clodagh Simonds, Cosey Fanni Tutti, Pantaleimon e Shirley Collins. Tutti impegnati ad interpretare, ciascuno secondo le proprie corde, lo stesso identico brano, Idumea, un inno del 1793 scritto da Charles Wesley, fratello del fondatore dei Metodisti, James Wesley. E’ un po’ come la colonna vertebrale del disco. Oldham dà un’interpretazione vorace e carnale, che è probabilmente la migliore insieme alla versione in odor di madrigale di Baby Dee e al canto isolazionista di Cosey; Antony a cappella, Clodagh Simonds e Shirley Collins intimiste e arcaiche, Andria Degens tenerissima e onirica. E’ come ascoltare un disco dentro al disco. L’opera generale riporta la scrittura di Tibet, prepotentemente dalle parti di Thunder Perfect Mind e All The Little Pretty Horses.
Il torbido onirismo di brani come Then Kill Caesar, This Autistic Imperium is Nihil Reich o ancora The Dissolution of the Boat: Millions of Years testimonia di una rinnovata verve compositiva, con l’aggiunta assai sensibile dell’apporto di Ben Chasny (Six Organs Of Admittance) alle chitarre acustiche. Il mood non si alleggerisce affatto e Tibet non commette peccati di vecchiaia questa volta. Prova ne siano, il ritualismo pagano di Bind Your Tortoise Mouth che muove dalle parti di The Wicker Man o le apocalissi a venire di Black Ships Seen Last Year South of Heaven e ABBA Amma (Babylon Destroyer). Steven Stapleton (Nurse With Wound) interviene immancabilmente in modo traumatico e malevolo, con l’elettronica luciferina della title track e Antony suggella di malinconia l’intima e altera The Beautiful Dancing Dust.
Il miglior disco che Tibet potesse partorire nel 2006, soprattutto a questo punto della sua discografia e forse è anche un bene che arrivi proprio ora, quando qualcuno era già pronto a dargli l’Oscar alla carriera. Visto il personaggio è però bene non nascondere i difetti di un’eccessiva grandeur progettuale, la lunghezza sovrabbondante del disco, il ricorso a soluzioni già ampiamente sperimentate, ma questi più che difetti sono caratteristiche proprie del musicista. Prendere o lasciare.
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