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6.9

In questo album non si parla più del Cuneman 4tet, ma soltanto dei Cuneman. Un cambio di ragione sociale seguìto da un cambio di organico: si passa infatti dal quartetto composto da sax, tromba, contrabbasso e batteria dell’omonimo disco del 2018 a una formazione allargata a sei, in cui coabitano sassofono (suonato dal principale compositore dei brani, Fabio Della Cuna), tromba e filicorno (Jorge Ro), trombone (Francesco di Giulio), contrabbasso (Giuseppe Iubatti), batteria (Luca Di Battista) e susafono (Mauro Ottolini).

Rimangono comunque fissi gli elementi pregnanti del suono della band, ovvero l’ottimo lavoro sulle armonie, una coralità di stimoli che guarda alla tradizione senza suonare stantìa, un jazz dalle maglie allargate e a tratti quasi bandistico, ma dalla buona personalità. A volte sembra quasi di ascoltare una narrazione in stile Charles Mingus, con quei crescendo improvvisi dei fiati, l’orchestrazione delle varie parti e l’opulenza dei livelli strumentali, eppure a far bella mostra di sé c’è anche una componente più libertina – non osiamo definirla free solo perché i Cuneman si dimostrano sempre molto attenti alle armonie – che non disdegna la dissonanza o l’assolo.

Capita allora una parte solista intrigante in mezzo a certe cadenze latamente felliniane, come in un Tension And Relief parte 3 in cui al minuto 2:40 il sax si stacca in una bella volata, ma capita anche di ascoltare un astrattismo sui generis suddiviso tra contrabbasso e tromba (Schifano), un succedersi di controllate dissonanze (War and Violence 1), coesistenze affascinanti tra diverse velocità di crociera (il walking bass adrenalinico e le lentezze degli ottoni di The Office parte 1) o magari uno swing liberatorio e inaspettato (Self Conscious Lee).

Disco tutto da scoprire, insomma: lineare e comprensibile, acuto seppur lontano dall’avanguardia, ma soprattutto di grande gusto.

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